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lunedì 12 aprile 2010

Cos'è la scuola? Elementi introduttivi ad una critica rivoluzionaria dell'istituzione scolastica (parte terza)


“Ho sempre avuto il sospetto che “addestrare a star seduti” sia la funzione sostanziale di ogni esperienza scolastica.
Così come l'origine dell'organizzazione scolare si riferisce certamente al quesito: dove raggruppare i figli di chi lavora mentre appunto i genitori lavorano?
Risposta: istituiamo questi “silos” nei quali raggruppare minorenni di ogni specie e intanto che sono lì addestriamoli a star seduti cinque, sei, sette ore in modo da trovarli pronti alla sottomissione non appena raggiunta l'età adulta.”
S.Agosti, in M.Parodi, La scuola che fa male.

Una delle caratteristiche peculiari della scuola borghese è quella del disciplinamento.
Il disciplinamento non è qui inteso in quanto artificioso frazionamento del sapere e della conoscenza in un elevato numero di discipline senza alcun apparente nesso tra loro, il che è comunque un'aberrazione fatta propria e accentuata al massimo grado dalla società capitalista, disciplinamento è qui inteso nel senso letterale in quanto insieme sistematico di azioni volte ad ottenere la sottomissione ad un complesso di norme che regolano rigorosamente il comportamento.
In questo articolo parliamo della funzione che svolge la scuola la quale forma e modella il comportamento della futura forza-lavoro in modo tale da renderla caratterialmente e mentalmente adeguata alla disciplina che vige nel luogo di lavoro. Come già osservava J.J.Rousseau il bambino nasce libero e la sua libertà e spontaneità mal si adattano ad una società che richiede il pieno adattamento alle sue norme comportamentali e ai suoi valori.
Fino alle società pre-capitaliste il ragazzo, anche il più povero, cresceva e si formava nel suo “ambiente naturale” (prendiamo una fattoria per esempio), così che non aveva bisogno di andare a scuola, da grande avrebbe continuato a vivere e a fare le medesime cose che vedeva continuamente intorno a se. La, pur dura, disciplina era la disciplina della vita e proveniva dall'ambiente stesso nel quale il ragazzo cresceva, la scuola vera e propria era riservata esclusivamente alla formazione delle future classi dirigenti, non certo ai poveri.
Il capitalismo sconvolge completamente le cose, strappa le famiglie dalle campagne, i giovani dall'ambiente nel quale sono cresciuti, sbatte tutti nel vortice del mercato, chiede al lavoratore di essere pendolare o, addirittura, di migrare, gli chiede di entrare in un ambiente diabolico e malsano come la fabbrica. Il lavoratore deve accettare di vendersi per un salario, il suo spirito ribelle deve essere sedato. La società contemporanea, ingiusta ed irrazionale, ha bisogno di dotarsi di strumenti adeguati a garantire che il cuore del sistema non cessi mai di battere, che i proletari non cessino mai di farsi sfruttare.
Forme di scuola erano nate già prima dell'attuale, ma è caratteristica distintiva della scuola borghese il suo essere obbligatoria, gratuita e statale. I primi progetti per realizzare una tale scuola risalgono infatti alla Rivoluzione Francese (progetti del 1791 e 1793), in Italia alla Legge Casati (1859).
Come affermavamo nel primo articolo di questa serie è l'affermarsi della borghesia come classe dominante che determina la nascita della scuola, ma “la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che la porteranno alla morte; ha anche generato gli uomini che impugneranno quelle armi: gli operai moderni, i proletari” (Marx, manifesto comunista), così nel periodo in cui il modo di produzione industriale si afferma su quello manifatturiero e contadino - tra sette e ottocento -, centinaia di migliaia di ex-contadini vengono strappati dalle terre nelle quali erano vissuti per generazioni e vengono rovesciati nelle città: forza-lavoro a bassissimo costo, ma anche molto poco propensa ad accettare le terribili condizioni di lavoro “proposte”. In molti si rifiutano di accettare la disciplina del lavoro capitalista, così “la soluzione pienamente accolta dalla borghesia inglese pochissimo tempo dopo la sua definitiva ascesa al potere politico è la deterrent workhouse, la casa di lavoro terroristica; cioè la sostituzione di qualsiasi forma di assistenza fuori dalle case di lavoro (outdoor relief) con l'internamento ed il lavoro obbligatorio in esse”. Proprio così, nello stesso periodo nel quale la borghesia si affermava come classe dominante essa si dotava di due strumenti complementari, utili a rendere “compatibili con le esigenze della produzione” le folte schiere di proletari che di giorno in giorno si riversavano nelle città. Con l'affermarsi della borghesia non nasce solo la scuola di massa, ma anche il carcere detentivo di massa. Carcere e scuola hanno la medesima origine e scopi tra loro complementari, in entrambi si riflette il carattere violento, gerarchico e disciplinare che è proprio della società dello sfruttamento.
Il complesso apparato di sanzioni disciplinari nel quale incorre l'alunno in caso di condotte inadeguate (voti, note, condotta, bocciatura, umiliazioni varie, convocazione dei genitori...) riflette semplicemente la violenza con la quale il sistema del mercato e del profitto si impone sull'individuo al fine di modellarlo a seconda delle sue esigenze. Come afferma G.M.Volontè - capo della polizia politica nel film “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” del 1970 - la repressione è l'arma vincente laddove l'educazione e la cura hanno fallito: “Noi siamo a guardia della legge, che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo. Il popolo è minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi, il dovere di reprimere, la repressione è il nostro vaccino: repressione è libertà!”.
Non è un caso che con l'avanzare della crisi la scuola dismetta sempre più la sua falsa faccia democratica (buona in tempi di sviluppo economico, vedi i decreti delegati del 1973) ed assuma sempre più la faccia che veramente caratterizza il dominio borghese: disciplina, ordine, repressione, ossia preside manager, voto in condotta, voti e discipline (materie) fin dalle elementari, politiche razziste etc. [continua]
Lotus

“Finché durerà la società divisa il classi, la scuola continuerà a essere un semplice rodaggio in un sistema generale di sfruttamento, e il corpo insegnante un reggimento che difende come l'altro gli interessi dello Stato.”
A. Ponce, Educazione e lotta di classe


sabato 6 marzo 2010

Cos'è la scuola? Elementi introduttivi ad una critica rivoluzionaria dell'istituzione scolastica (parte seconda)

Nel numero precedente abbiamo visto come la scuola sia un prodotto storicamente determinato, in particolare la scuola borghese nasce in seguito alla conquista del potere politico da parte della borghesia (superamento del feudalesimo) per rispondere a tre fondamentali esigenze della società capitalista moderna: 1) formare una forza-lavoro che possa essere agevolmente sfruttata nella grande industria, 2) sviluppare il controllo ideologico e la disciplina del lavoro sulle classi dominate, 3) parcheggiare i figli dei proletari mentre i genitori lavorano.
Abbiamo quindi visto come la borghesia abbia dato vita, durante l'esercizio del suo dominio, ad una cultura dominante (la cultura borghese), per questo non è possibile parlare di “rivoluzione culturale” o di “liberazione per mezzo della cultura” quando si tratta, piuttosto, di portare la critica al cuore del sistema: una “cultura rivoluzionaria” o “proletaria” si svilupperà solo come riflesso ideale di un movimento pratico di critica alla società dello sfruttamento.

"È un pregiudizio credere che la borghesia domini per mezzo dell'ignoranza: essa invece domina per mezzo della sua cultura"
A. Bordiga, La nostra Missione, L'Avanguardia, 2 febbraio 1913

La scuola riflette e riproduce, a livello istituzionale ed ideologico, le caratteristiche della società borghese dalla quale sorge. Vedremo qui in che maniera questo assunto1 è verificato nella realtà dell'organizzazione scolastica.
Innanzi tutto rileviamo che tratto fondativo della nostra società basata sulla proprietà privata2 dei mezzi di produzione è la divisione del lavoro, secondo la quale vi è una parte di popolazione - la classe dominante - dedita esclusivamente alla gestione ed all'amministrazione, lavoro intellettuale, mentre vi è un altra parte - la maggior parte del proletariato - che è dedita esclusivamente al lavoro manuale. Naturalmente si tratta di un'astrazione3 e vi sono delle eccezioni, ma è innegabile che queste sono le due tendenze sulle quali si polarizza la società intera. Ora, il fatto che chi decide non lavora e chi lavora non decide fa si che il lavoratore sia sempre più alienato4, chi lavora partecipa ad un processo lavorativo che non gli appartiene, come non gli appartiene il frutto del suo lavoro, insomma vive l'intero atto e luogo di lavoro come estraneo e ostile.
A questo va aggiunto che la divisione del lavoro non avviene solo tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, bensì anche tra lavori differenti: chi svolge una funzione svolge quella e basta, è assolutamente estraniato dalla globalità del processo produttivo. Per quanto sia impossibile conoscere tutto di tutto, è altrettanto vero che è estremamente limitante (alienante) essere impiegato in una singola mansione e non avere idea di tutto ciò che avviene intorno, svolgere una singola fase del processo produttivo senza essere nella condizione di comprenderlo nella sua globalità.
Insomma la società attuale si fonda sulla proprietà privata dei mezzi di produzione per questo chi lavora partecipa solo al particolare settore della produzione nel qual è impegnato, non decide nulla bensì subisce le decisioni dei proprietari, passivamente (…almeno fino a che non si muove in direzione rivoluzionaria uscendo così dalla passività!). Ma in che maniera riscontriamo tutto ciò nella scuola?
Innanzi tutto è evidente che la scuola, luogo di formazione, è completamente distaccata dal mondo della produzione, non partecipa assolutamente alla produzione reale, è un isola praticamente senza contatti con l'esterno, anche quando i ragazzi vanno a fare degli stage nel mondo del lavoro si tratta sempre di mansioni dequalificanti, nelle quali si impara ben poco né si affrontano realmente i problemi della produzione reale. Vediamo poi che la stessa organizzazione classica della lezione vede l'insegnante come elemento attivo che trasmette il sapere e gli alunni come soggetti passivi con l'incarico di ingoiare quante più nozioni è possibile. Vediamo nella nostra esperienza scolastica come il modello dell'impresa capitalista abbia plasmato a sua immagine e somiglianza (e non poteva essere diversamente!) il modello della scuola capitalista: uno dirige, gli altri eseguono, i due poli della società.
Altro elemento che salta immediatamente agli occhi è la frammentazione del sapere e della conoscenza (sapere che in realtà è unico come unico è l'individuo che scopre il mondo nelle sue multiformi espressioni) in discipline che non comunicano tra di loro: italiano, matematica, diritto, chimica...sono mondi a se stanti, come sono mondi a se stanti le differente branche della produzione, è assolutamente assente un idea unitaria della conoscenza dei fenomeni del mondo come nella società è assolutamente ancora distante la possibilità di affrontare i problemi umani e ambientali come problemi di un unico grande sistema, ormai da tempo in crisi. Per concludere osserviamo come nella scuola tenda a prevalere l'individualismo e la ricerca della migliore prestazione individuale (meritocrazia), riflesso della concorrenza che i lavoratori si fanno tra loro nel luogo di lavoro, e vediamo come sia evidente che chi viene da famiglie agiate abbia migliaia di possibilità in più rispetto a chi proviene da famiglie proletarie. La scuola svolge, infine, anche un altra funzione fondamentale: il disciplinamento delle nuove generazioni... Ma a questo sarà il prossimo argomento che tratteremo.
Lotus

Non volgiamo qui asserire che tutti gli insegnanti siano in malafede, ohibò, asseriamo solo che una legge economica determinata li costringe ad agire, anche inconsciamente, nell'interesse di chi li paga. Sta in questo la concezione “marxista”del problema della scuola popolare
A. Bordiga, Per l'educazione rivoluzionaria della gioventù operaia, l'Avanguardia, 30 giugno 1912


mercoledì 23 dicembre 2009

Cos'è la scuola?

Elementi introduttivi ad una critica rivoluzionaria dell'istituzione scolastica

(parte prima)



l'educazione è il processo mediante il quale le classi dominanti preparano nella mentalità e nella condotta dei bambini le condizione fondamentali della propria esistenza.”

A. Ponce


In queste righe vogliamo sintetizzare quella che è la critica dei comunisti alla scuola moderna. Per potere criticare la scuola dobbiamo innanzi tutto capire il suo carattere storico, la scuola non è una istituzione che è sempre esistita, né è sempre stata così come la conosciamo noi, la scuola come tutte le istituzioni, è il prodotto di determinate condizioni storiche, economiche e sociali, quella che conosciamo noi è quindi la scuola borghese, sorta dai rapporti borghesi di produzione.

L'idea è questa: in ogni epoca le comunità umane hanno avuto il problema di formare i loro figli al fine di renderli abili a svolgere le funzioni sociali necessarie al riprodursi della comunità medesima. Fino a che gli uomini vivevano in piccole tribù e villaggi, con la proprietà comune dei beni e delle fonti della ricchezza, non vi erano classi sociali e l'educazione avveniva semplicemente attraverso la partecipazione dei fanciulli alla vita del villaggio. Era un educazione integrale e funzionale, nel senso che veniva formata la totalità dell'individuo attraverso la pertecipazione alle varie funzioni necessarie alla vita della comunità di appartenenza. Vi era fondamentalmente uguaglianza di condizione sociale e di educazione per tutti.
Con l'evolversi delle capacità produttive (non è qui il luogo per approfondire i come e i perchè) la società iniziò a scindersi in classi sociali, nello specifico classi dominanti e classi dominate. Nacque così (pensiamo agli antichi egizi o alle società medioevali) l'istruzione differenziata: scienza e conoscenza per chi doveva comandare, ignoranza, o al massimo la conoscenza pratica di un singolo processo produttivo per chi doveva lavorare (e col suo lavoro mantenere anche le classi dominanti).

Facendo un salto storico arriviamo all'ultima società di classe, la nostra, la società borghese.

Le rivoluzioni borghesi (a partire da quella francese del 1789) sono state la conseguenza e il fattore di accelerazione della rivoluzione industriale. La borghesia moderna è la classe che fonda la sua esistenza sfruttando il proletariato attraverso la produzione di merci con macchinari molto sofisticati. L'attestarsi di questa classe come classe dominante ha prodotto una grande modificazione rispetto ai sistemi educativi: 1) gli sfruttati dovevano saper leggere, scrivere e far di conto per poter utilizzare le moderne macchine industriali 2) gli sfruttati dovevano anche avere quel minimo di cultura necessaria a influenzarli ideologicamente per poter loro indurre sempre nuovi bisogni, per poter loro vendere sempre nuove merci 3) avvenendo la produzione in un luogo separato - la fabbrica - e con orari di lavoro così lunghi come mai si erano visti nella storia umana, nasceva il problema di dove parcheggiare i figli dei proletari, visto che a lasciarli in mezzo alla strada o morivano o crescevano così malsani e deboli da non riuscire a sopportare a pieno le fatiche del lavoro. Con la società borghese nasce la scuola di massa.
Ma la nuova cultura avrebbe anche potuto portare gli sfruttati a riflettere criticamente sulla loro condizione di subalternità, ecco perchè la nostra classe dominante ha sempre fatto la massima attenzione a che la scuola trasmettesse - attraverso gli insegnanti pagati dai loro ministeri - agli studenti la mentalità borghese (individualismo, competizione, concorrenza...) il fatto che gli sfruttati subiscano l'ideologia dominante è anche stato garantito dal controllo dei padroni sui mezzi della produzione culturale: giornali, tv, case editrici, etc... Il controllo ideologico è un tassello fondamentale del potere dei padroni.

La scuola borghese è sempre stata - ed oggi più che mai - lontana anni luce dalle esigenze formative dei giovani proletari, lontana anni luce dall'essere un luogo nel quale i ragazzi potessero sviluppare onnilateralmente le proprie capacità, sviluppare la padronanza ed il controllo del mondo che li circonda, anzi, la scuola deve fare proprio il contrario: formare giovani docili ed omologati, disposti a farsi sfruttare senza criticare il sitema nel quale viviamo e le sue logiche. Non potrebbe essere diversamente.

Per questo parliamo di scuola di classe, perchè è una scuola funzionale a mantenere la società di classe che la ha generata.

Per questo parlare di “liberazione per mezzo della cultura”, di “rivoluzione culturale”, di “scuola libera” è un discorso piccolo-borghese, un discorso fatto da chi pensa che sia possibile un mondo migliore nel capitalismo. Per noi, al contrario, il primo passo è criticare la società classista nel suo insieme. Per noi la rivoluzione culturale non può essere separata dalla rivoluzione politica e viceversa. [continua...]

Lotus


Credere [...] che con piccoli ritocchi nella educazione si possa cambiare la società è non solo una speranza assurda, ma socialmente pericolosa: una utopia che risulta, in ultima analisi, reazionaria perchè calma o intiepidisce le inquietudini e le ribellioni con l'illusione che il giorno in cui lo Stato si "autolimiti", il giorno in cui lo Stato si disinteressi graziosamente dell'educazione, questo giorno sarà quello della nascita dell'uomo nuovo. Pretendendo per la scuola un area al di sopra delle classi, la piccola borghesia la consegna di fatto ammanettata alle più oscure forze del passato.


Anibal Ponce, Educazione e lotta di classe, 1936

lunedì 4 maggio 2009

Eroi rinascimentali e divisione del lavoro

Gli eroi di quell’epoca non erano ancora sotto la schiavitù della divisione del lavoro, che ha reso così limitati e unilaterali tanti loro successori. Ma la loro vera e propria caratteristica sta nel fatto che quasi tutti vivevano ed operavano in mezzo agli avvenimenti del tempo, alle battaglie pratiche, abbracciavano un partito e con quello combattevano, chi con parole e scritti, chi con la spada, taluni con ambedue. Da ciò proveniva quella pienezza e quella forza di carattere, che li faceva uomini completi. I dotti da tavolino erano delle eccezioni; oppure gente di secondo o terzo piano, oppure filistei prudenti, che non volevano scottarsi le dita.

Fredrich Engels, Dialettica della natura, 1883


lunedì 27 aprile 2009

critica dell'"educazione nuova" e del pensiero piccolo-borghese

Quando si ascoltano i teorici della borghesia non si possono avere molti dubbi su quello che vogliono; e molto meno se ne possono avere ascoltando le franche parole del proletariato. Ma ponendoci a contatto con questi nuovi teorici [...] tutto appare incerto, confuso, vago. Si ha, a tratti, l'impressione che essi sospettino ciò che accade nel mondo, ma che perferiscano non saperlo del tutto. [...] Sradicati da un sistema di convinzioni, non ne hanno tuttavia impostato un altro. Si sentono perciò come esseri senza equilibrio e si formano, su tutto ciò che osservano, opinioni contorte. Sanno, per esempio, che la storia cambia e che le società si trasformano, ma poichè hanno paura di ammettere la lotta delle classi si contentano, al massimo, della lotta tra le "generazioni".
[...] Poichè non sanno nè osano dare una risposta franca a nessuna delle grandi questioni più urgenti, assicurano che la problematicità è al centro dell'esistenza, e che la filosofia, dopo essersi asfissiata con i grandi sistemi, deve volgersi ora alla aporia.
[...] Aporia significa etimologicamente "senza via d'uscita". Impostare problemi aperti invece di problemi chiusi; indagare senza risolvere, ecco sul piano filosofico la conseguenza di questa incertezza fondamentale che si trova precisamente "senza via d'uscita". Tragica situazione che, sebbene porti un nome greco, non dissimula le radici economiche della classe sociale che ora si tormenta. Perchè tra la borghesia che marcia verso la morte, e il proletariato che sa con certezza che i destini dell'umanità stanno nelle sua mani, v'è un'altra classe sociale di carattere ibrido e dai contorni ambigui che non sa mai con chiarezza ciò che vuole. Tirata violentemente da un lato dalla borghesia, attratta dell'altro dal proletariato, la piccola borghesia costutuisce una classe dubbiosa e indecisa. Schiacciata dalla grande borghesia, la piccola non scompare secondo una linea gradualmene discendente. Si muove tra contraddizioni e percorre perciò un cammino a zig-zag. Borghese a volte, proletario altre, il piccolo borghese vive seduto perpetuamente su due sedie: respinto dalla borghesia nella quale vorrebbe entrare, attirato dal proletariato nel quale teme di cadere. Aperto alle innovazioni ma desideroso di instaurarle con ponderatezza, il piccolo borghese non arriva a capire che l'educazione non è un fenomeno accidentale in una società divisa in classi, e che per rinnovarla veramente è necessario trasformare alla radice il sistema economico che la sostiene. Tale prospettiva lo terrorizza e non può affatto entrare nei suoi piani, ma poichè non è sordo alle voci del sui tempo preferisce credere che all'interno del capitalismo si arriverà, mediante ritocchi prudenti, a trasformare la società.
[...] Credere [...] che con piccoli ritocchi nella educazione si possa cambiare la società è non solo una speranza assurda, ma socialmente pericolosa: una utopia che risulta, in ultima analisi, reazionaria perchè calma o intiepidisce le inquietudini e le ribellioni con l'illusione che il giorno in cui lo Stato si "autolimiti", il giorno in cui lo Stato si disinteressi graziosamente dell'educazione, questo giorno sarà quello della nascita dell'uomo nuovo. Pretendendo per la scuola un area al di sopra delle classi, la piccola borghesia la consegna di fatto ammanettata alle più oscure forze del passato.

Anibal Ponce, Educazione e lotta di classe, 1936

Gli ideali pedagogici non sono creazioni artificiali

Il concetto dell'evoluzione storica come risultato delle lotte di classe ci ha mostrato, in effetti, che l'educazione è il processo mediante il quale le classi dominanti preparano nella mentalità e nella condotta dei bambini le condizione fondamentali della propria esistenza.
[...] Gli ideali pedagogici non sono creazioni artificiali che un pensatore scopre nella solitudine e che cerca di imporre poi poichè le crede giuste. Formulazioni necesarie delle classi che lottano, questi ideali non sono capaci di trasformare la società se non dopo che la classe che li ispira ha trionfato ed abbattuto le classi rivali. La classe che domina materialmente è quella che domina anche con la sua morale, la sua educazione, le sue idee. Nessuna riforma pedagogica fondamentale puà imporsi prima del trionfo della classe rivoluzionaria che la rivendica, e se qualche volta sembra che non sia così è perchè la parola dei teorici nasconde, volontariamente o no, le esigenze della classe che rappresentano.

Anibal Ponce, Educazione e lotta di classe, 1936


martedì 21 aprile 2009

In piedi sulle rovine!

http://www.youtube.com/watch?v=LNuu3HIHnq8

dalle macerie... una luce di speranza illumina la possibilità di un mondo nuovo.

sabato 18 aprile 2009

Il capitalismo della cultura

La scuola borghese si porterà dietro per sempre il marchio capitalista. Verrà data scarsa importanza alla formazione dell'uomo. L'educazione sarà sommaria o del tutto inesistente. Al contrario, si cercherà di istruire molto, in misura sempre maggiore, man mano che aumenteranno i bisogni della concorrenza capitalistica. Alla sete di possesso, - saccheggiando all'occorrenza -, al desiderio di dominio con la forza, che caratterizzano oggi l'azione sociale, corrisponde una situazione analoga nella scuola: il capitalismo della cultura. Estendere incessantemente il campo della conoscenza, ipertrofizzare il sapere pretendendo, in tal modo, di sviluppare il potere vitale dell'uomo; ignorare, quindi, le forze spirituali dell'uomo e l'armonia sociale, che potrebbero, invece, garantire la felicità umana; offrire una cultura che produce profitto capitalista: ecco le caratteristiche dell'attuale scuola capitalista. "L'errore fondamentale dell'attuale sistema formativo - dichiara un personaggio di Ibsen - è dare importanza solo a ciò che si "sa", invece di darla a ciò che si "è", e ne vediamo bene le conseguenze. Possiamo verificarle su quelle centinaia di uomini ricchi di capacità che mancano di equilibrio: esiste un vero abisso tra quelle che sono le loro azioni e quelli che sono i loro sentimenti e le loro attitudini".

Celestin Freinet, Verso la scuola del proletariato: l'ultima tappa della scuola capitalista, 1924



giovedì 9 aprile 2009

La potenza della natura e noi

Non lusinghiamoci troppo per la vittoria umana sulla natura. La natura si vendica di ogni nostra vittoria. Infatti ogni vittoria ha in prima istanza le conseguenze che noi avevamo sperato; ma in seconda e terza istanza ha effetti totalmente differenti, imprevisti, che troppo spesso annullano a loro volta le prima conseguenze. […] Ci viene ricordato continuamente che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero assoggettato, che non la dominiamo come chi le è estraneo, ma che noi le apparteniamo con carne, sangue e cervello e viviamo in essa, e che tutto il nostro dominio sulla natura sta nella prerogativa, che ci pone davanti a tutte le altre creature, di poter conoscere le sue leggi e di poter utilizzarle in modo corretto

Fredric Engels, Dialettica della natura, 1883


venerdì 3 aprile 2009

Il metodo dell'astrazione determinata

Se cominciassi [...] con la popolazione, avrei una rappresentazione caotica dell’insieme e, precisando più da vicino analiticamente, perverrei via via a concetti più semplici; dal concreto rappresentato ad astrazioni sempre più sottili, fino a giungere alle determinazioni più semplici. Da qui si tratterebbe, poi, di intraprendere di nuovo il viaggio all’indietro, fino ad arrivare finalmente di nuovo alla popolazione, ma questa volta non come caotica rappresentazione di un insieme, bensì come una totalità ricca, fatta di molte determinazioni e relazioni. [...] Il concreto è concreto, perché è sintesi di molte determinazioni, quindi, unità del molteplice. Per questo, esso apparve nel pensiero come processo di sintesi, come risultato e non come punto di partenza, sebbene esso sia il punto di partenza effettivo e perciò anche il punto di partenza dell'intuizione e della rappresentazione. Per la prima via, la rappresentazione piena viene volatilizzata ad astratta determinazione; per la seconda, le determinazioni astratte conducono alla riproduazuine del concreto nel cammino del pensiero.

Karl Marx, Introduzione a "Per la critica dell'economia politica", 1857


domenica 29 marzo 2009

Marxismo ed educazione

Materialismo storico ed educazione:

La radicalità educativa come pratica della (necessaria) sovversione dell'esistente.

Appunti.


Il metodo materialistico applicato ai processi educativi, ovvero la radicalità educativa, si sviluppa collegando i “vertici del triangolo educativo” costituiti dagli approcci storico–complesso–attivo.

Storico, nel senso che colloca gli individui nella loro realtà come risultato delle relazioni sociali e produttive passate e presenti, ma in una dinamica storica aperta, nella quale il futuro è quello che gli uomini saranno in grado di costruire. L’impostazione storica si sintetizza nell'assunto centrale di Insegnare la transitorietà.

Complesso, nel senso che ai fini della comprensione della realtà è indispensabile considerare le relazioni tra le parti, tra il tutto e le parti e tra le parti e il tutto. Complesso anche nel senso che non è più possibile declamare verità assolute senza verificarle alla luce dell’astrazione determinata. L’errore e l’illusione inevitabilmente insiti in ogni visione vanno combattuti, con questo mezzo. La crisi del positivismo e della spiegazione semplice ci proiettano in un mondo dove la verità va costantemente verificata nella realtà concreta. Per questo è indispensabile un punto di vista radicale. Un punto di vista che si sforzi continuamente di individuare la radice strutturale dei problemi, sociali ed individuali, al fine di comprenderla e produrre strategie utili al suo superamento.

Attivo, nel senso che verifica le proprie ipotesi nella pratica, che considera il pensare stesso come un evento pratico, che non accetta idee che non abbiano ricadute verificabili nella pratica. Teoria e prassi non sono due momenti o due fasi distinte, ma semplicemente due aspetti del medesimo processo: la trasformazione della realtà. Attivo anche perché riscopre nel lavoro la caratterizzazione prima dell’Uomo, nella liberazione del lavoro il perno fondamentale della sua liberazione.

Saccheggiare! Questo significa che una prospettiva educativa orientata alla trasformazione del reale non può, né deve, essere affetta da riduzionismo. Non esiste riferimento univoco ad un autore, ad una visione ad una idea. Una volta che si è stabilito il metodo in base al quale muoversi, e qui il metodo delineato è quello storico-materialistico, è necessario appropriarsi di tutto quanto le correnti educative, e non, hanno prodotto di utile ed interessante, criticandone gli aspetti non coerenti e che ci riportano a una visione unilaterale delle cose, come nell'ideologia borghese.

Saccheggiare tutti i pensieri interessanti, cogliendo quanto di significativo hanno espresso. L’immane compito storico che sta di fronte agli educatori del XXI secolo non permette loro di rischiare di cadere nell’errore fatto in passato da moltissimi, i quali hanno elevato una particolare categoria al di sopra di tutto1 perdendo di vista l’insieme e riducendosi a condurre sterili battaglie tra chiesuole del pensiero.

Una teoria radicale. Tutti gli apporti che possono essere saccheggiati dai vari pensatori (ma che presi singolarmente sono più produttori di errore ed illusione che altro) messi assieme trovano - sullo sfondo del metodo storico-materialistico - la loro collocazione in un sistema di pensiero intimamente coerente. È per questa via possibile dare vita ad una teoria ampia e complessa, l’unica che sarà capace di svolgere una funzione di orientamento realmente radicale e positivo nei prossimi, drammatici, frangenti che la decadenza e la crisi globale produrranno.

Un embrione di tale teoria (buona la lezione di Morin: costantemente critica ed autocritica) è già ciò che, spesso inconsciamente, sostiene ed è sostenuto nella prassi di quegli educatori che, oggi, lavorano scontrandosi con i limiti del presente, ma senza mai stancarsi di lottare per una società più giusta, a misura d’Uomo.

La politica. L’educatore non può essere apolitico. Il docente e l’educatore devono partecipare ai movimenti sociali che si esprimono dentro e fuori la scuola, dentro e fuori il sistema educativo2. L’educatore non può arroccarsi nel mero rapporto educativo o didattico, isolandosi dalla società. Il suo compito è esattamente l’opposto: portare la scuola, il processo educativo e i ragazzi, nella società, portare la società nel processo educativo. È evidente che tale politicizzazione è l’esatto opposto di un indottrinamento propagandistico o ideologizzante, fondamentalmente acritico. Si tratta invece, per l’educatore insieme ai ragazzi, di apprendere ad affrontare i problemi sociali, di imparare a rendere significativo il proprio contributo individuale, di imparare a sviluppare fiducia, autostima, spirito critico e collaboratore, si tratta di sviluppare interesse per i problemi sociali e politici. Solo attraverso questo tipo di impegno, e fin dalle elementari, gli educatori contribuiranno a formare uomini e donne capaci di prendere in mano, coscientemente, il proprio destino.

Sia detto in conclusione: quella che qui si presenta non è una piattaforma sindacale di riforma del processo educativo. Si ritiene che, oggi, non abbia più alcun senso stendere la “lista della spesa” delle rivendicazioni, sintetizzandole in una sorta di programma minimo. Il capitalismo spettacolare e globale ha dato ampliamente prova di essere in grado di fagocitare, normalizzandolo, qualsiasi programma minimo. È piuttosto necessario, allora, impegnarsi momento dopo momento per la difesa dell’interesse dei ragazzi e degli educatori allargandone le vedute agli interessi degli sfruttati in generale, imparare a vivere un processo di apprendimento completo, profondo e totale, che viva l’aspetto teorico e quello pratico come due momenti del medesimo atto, sviluppando al contempo, in un unico corso, la prospettiva del superamento di questa, decadente, società di classe.


Loto Valentino Montina


1 Come le strutture nello strutturalismo di Piaget, la funzione nel funzionalismo di Bruner, il linguaggio nel Chomsky, la prassi attiva in Dewey, etc.


2Non si intende qui che l'educatore deve fare propaganda ideologica per questo o quel partito, producendo in questo modo un indottrinamento acritico dei discenti, bensì che è suo preciso compito sviluppare il senso della partecipazione critica degli individui alla dinamica sociale, calarsi completamente nella realtà economica e sociale per formare uomini e donne sviluppati in tutte le loro capacità, soggetti capaci di prendere coscientemente in mano il proprio destino e contribuire positivamente alla trasformazione della realtà, coscienti che solo attraverso tale trasformazione quelle capacità potranno trovare le condizioni per sviluppasi pienamente.