lunedì 21 marzo 2011

Politiche sociali sotto attacco



“politiche sociali” sotto attacco…



Dopo che per anni e anni la situazione ha continuato ad andare di male in peggio, oggi, il governo ha, fondamentalmente, messo la parola fine sulle politiche sociali finanziate dallo Stato. Il progetto è in linea con le direttive europee per la liberalizzazione dei mercati, come la direttiva Bolkestein: in questa economia di crisi lo Stato deve progressivamente ritirarsi per lasciare spazio al mercato, ai pescecani del privato e alla loro capacità di generare profitti, profitti ben più preziosi del benessere di centinaia di migliaia di assistiti e lavoratori.


Quanto ha intenzione di spendere lo Stato nei prossimi anni per le politiche sociali? Andiamo a vedere i fondi passati, la legge di stabilità per la la spesa nel 2011 e la previsione per gli anni 2012 e 2013:


Anno

2003

2004

2005

2006

2007

2008

2009

2010

2011

2012

2013

Stanziamento Fondo Nazionale per le Politiche Sociali (L.328/'00) in mln di euro

992

881

556

825

788

698

579

435

274

70

45


Da qui a tre anni le politiche sociali, per come le abbiamo conosciute, saranno cancellate.



Il sistema è in crisi: dalla Tunisia allo Yemen migliaia di proletari si mobilitano mossi dalla disoccupazione e dal caro vita, dal Wisconsin alla Germania gli stati nazionali stanno selvaggiamente tagliando sussidi sociali, salari e tutele, dal Giappone all'Atlantico la devastazione ambientale è la logica conseguenza della ricerca forsennata di profitti per sostenere un economia globale in fase terminale: quello che succede anche da noi. Stanno giocando al massacro sulla pelle nostra e degli utenti, per sostenere la crisi del loro sistema: del capitalismo.



MA IL FUTURO NON E' STATO ANCORA SCRITTO




SE. Decenni di gestione sindacale del conflitto e di amministrazioni di sinistra hanno ottenuto l'obiettivo di spezzare l'unità e la capacità di lotta proletarie.


SE. La destra ha avuto gioco facile ad affondare il coltello laddove la sinistra aveva preparato il terreno a livello normativo e di demoralizzazione.


SE. Per quanto demoralizzati e disorganizzati è solo in noi stessi, nella nostra capacità di organizzarci collettivamente, che possiamo trovare la forza per reagire.


SE. Quanto abbiamo patito fino ad oggi, purtroppo, non è nulla rispetto a quanto stiamo per affrontare nel prossimo futuro in termini di sacrifici e difficoltà.


ALLORA. Non illudiamoci che sia pacificamente possibile tornare a una realtà “normale” dove si lavora e si viene pagati “il giusto”, dove i figli hanno la possibilità di avere una vita più serena e ricca dei loro genitori. Non illudiamoci.


Unica realtà possibile, da ora in avanti, è la lotta e questa deve essere fatta bene se vuole ottenere il più grande risultato al quale può aspirare: la generalizzazione del conflitto, l'allargamento dell'organizzazione, il rovesciamento definitivo del sistema (e solo se saremo solidi e coerenti su questo percorso, magari, strapperemo strada facendo qualche briciola economica per noi e per i nostri utenti nel tentativo, illusorio, di tenerci buoni, compatibili e controllati).


RICORDA. I dirigenti hanno interesse a muoversi per tenere in piedi le strutture, per conservare privilegi, prestigio e potere, i lavoratori hanno interesse a vivere dignitosamente.


I padroni hanno interesse a far crescere l'economia, i lavoratori hanno interesse a distruggere l'economia che cresce grazie al loro sfruttamento.


I politici di destra hanno interesse a dividerci, noi abbiamo interesse a essere uniti, tutti i lavoratori, aldilà delle categorie e del paese di origine.


I politici di sinistra hanno interesse a farci credere che il sistema può essere più giusto se... noi abbiamo interesse a dimostrare che questo sistema non sarà mai “giusto”.


I sindacalisti hanno interesse a gestire il conflitto per essere legittimati come nostri rappresentanti nella contrattazione, noi non abbiamo nulla da contrattare, perché la dignità non si contratta, e se proprio qualcuno dovrà mediare saranno i delegati scelti nelle nostre assemblee di lotta e che alle nostre assemblee di lotta rimetteranno il loro mandato.


Ma, sopratutto, RICORDA, loro faranno di tutto per sedarci, controllarci, dividerci, rappresentarci... noi non ci faremo prendere per il naso perché siamo coscienti che la lotta che inizia oggi non avrà ragione di cessare fino a che loro non avranno più ragione di esistere.


E' ora di iniziare a lottare contro il capitale.


lavoratrici e lavoratori internazionalisti



Solidarietà ai lavoratori sociali


sosteniamo la vostra lotta! Rompiamo il muro!


Anni 90

Raccolta di immagine sulla militanza che, negli anni '90, svolgevamo nei Gruppi di Lotta Proletaria


lunedì 14 marzo 2011

domenica 19 dicembre 2010

carnevale a montesanto - napoli?

Di seguito una mail che ho inviato agli organizzatori del carnevale a Montesanto. Per 5 anni ho partecipato alla sua organizzazione, oggi, abitando a Roma, diventa più difficile... ma spero che anche quest'anno la tradizione prosegua. Per vedere i carnevali passati il sito è www.parcosocialeventaglieri.it

Forza, sia mai che il carnevale riesca anche quest'anno a decollare...
magari sulle ali del movimento di opposizione alla riforma, ai tagli,
alla crisi!
Siamo partiti dal campetto di pallone come rampa di lancio per arrivare
fino allo spazio intergalattico, poi siamo tornati sulla terra, tra i
continenti del mondo, e qui "amm'vist a mala parata!" abbiamo sentito il
bisogno di cercare un punto di partenza e lo abbiamo trovato in rosarno.
Ora che la crisi sta infiammando il mondo e, anche qui da noi, sembra
che qualcuno si sia scetato... sarebbe un vero peccato interrompere
questa mirabolante e sovversiva avventura.
Fosse anche solo per portare nel quartiere e nella città, con la
scanzonata, sgangherata e spesso irriverente allegria che ci
contraddistingue, un contributo piccolo e semplice: tremate, perchè il
gigante sta per svegliarsi. Mobilitatevi, perchè il gigante siamo noi!
un grosso bacio a tutti.

sabato 18 dicembre 2010

Da Londra a Roma infiamma la protesta giovanile contro i tagli, contro la crisi


http://www.leftcom.org/files/images/2010-12-14-roma-02.preview.jpg

Riflessioni sul movimento studentesco

Sarebbe riduttivo e stupido affermare che gli scontri sono stati opera solo di black-bloc e/o poliziotti infiltratisi nel corteo. La verità è molto più semplice delle dietrologie pacifiste o di destra che siano: a tre anni e mezzo dall’esplosione della crisi, i giovani si rendono sempre più conto che a loro non è riservato nessun futuro, che saranno loro a pagare i costi di una crisi che non hanno prodotto, che non c’è nessun soggetto politico o sindacale capace di rappresentare le loro istanze. Essendo questa la sensazione generale tra gli studenti, è evidente che quando gli “estremisti” sono arrivati in piazza col chiaro intento di “alzare il livello dello scontro”, in pochi se la sono sentita di affermare che poi avessero tutti i torti, in pochi hanno potuto evitare di constatare che due ore di guerriglia, un centinaio di feriti, ventitré arrestati sono ben poca cosa se confrontati con la violenza che tutti i giorni questo sistema decadente produce in termini di oppressione, precarietà, licenziamenti, disperazione, miseria e guerre; non c’è poi quindi da meravigliarsi se tra questi giovani incazzati una parte si sia spinta fino ad unirsi agli scontri con le “forze dell’ordine”.

Piazza del Popolo ha offerto uno spaccato esatto dello stato politico della gioventù proletaria e piccolo-borghese odierna:

  • L’ala più moderata, in qualche modo legata a realtà istituzionali, ed opportunista (Uniti contro la crisi-disobbedienti) ha ancora un grosso peso, in particolare dal punto di vista organizzativo, sebbene i loro contenuti politici fatti di ridistribuzione del reddito e di compromessi con le forze parlamentari, di anno in anno, si dimostrano sempre più parole al vento.
  • La grande massa degli studenti completamente allo sbando, privi di un legame con le tradizioni politiche del passato, incapaci di costruirsi una propria identità, intimamente spaventati per un futuro che appare sempre più nero.
  • La componente classista nel movimento è estremamente minoritaria e molto spesso non ha il coraggio di esprimersi. Inoltre, molti ragazzi e gruppi organizzati, pur avendo una base di per sé classista, spesso la reprimono nella pratica politica quotidiana, adattandosi alla situazione anziché cercare di spingere per una crescita in senso classista della protesta. Salutiamo con piacere il tentativo di alcuni studenti di uscire dall’ambito studentista, di cercare sponda e interesse nelle realtà del lavoro. L’auspicio è che questi pochi episodi si generalizzino e maturino ancora di più in senso classista.
  • Le frange dell’“estremismo di sinistra» italiano, composte da ex-neo-vetero-post-autonomi, qualche ultrà, pochi stalinisti e anarchici. Questi — sebbene più avvezzi a ragionare in termini di classe ed anticapitalisti — hanno dimostrato, ancora e per forza di cose, la loro incapacità a sviluppare una coerente analisi del presente e, sopratutto, ad avanzare un credibile progetto per il superamento rivoluzionario del capitalismo.

E’ in particolare quest’ultima area che il 14 si è imposta e, attraverso l’unica modalità di praticare il conflitto e la piazza che conosce, ha cercato di dare il suo contributo alla “ripresa della conflittualità antagonista” in Italia.

Ferma restando la solidarietà incondizionata che rivolgiamo ai ventitré arrestati e ai ragazzi feriti, ci teniamo a sviluppare alcune riflessioni utili all’ulteriore e positivo sviluppo del movimento di opposizione ai tagli e alla crisi.

  • Le parole d’ordine che in prevalenza il movimento esprime sono inadeguate: non basta essere contro Berlusconi e i suoi ministri, contro le forze della repressione borghese e contro la polizia. Il problema è molto più ampio. Ciò che le piazze dovrebbero esprimere è la necessità che il conflitto si estenda innanzi tutto nei luoghi di lavoro, fuori e contro la logica sindacale. La prospettiva che il movimento si dovrebbe dare è quella del superamento del capitalismo e delle sue crisi, la prospettiva del comunismo.
  • Serve a poco manifestare davanti al parlamento quando questo è solo il comitato che difende gli interessi della classe dominante: il movimento dovrebbe porsi con maggior forza il problema di andare alle periferie, di coinvolgere i proletari che sono colpiti dalla crisi per sviluppare quella lotta di classe, a partire dai luoghi di lavoro e dal territorio, che sola potrà mettere in discussione il capitalismo e la sua crisi.
  • Non è attraverso la pratica dello scontro di piazza in sé — come dell’anti-fascismo militante — che si innalza il livello di coscienza di classe, bensì denunciando lo sfruttamento, i tagli e la violenza, come unica modalità attraverso la classe dominante risponde ai problemi generati dalla sua crisi.
  • Fino a che non sarà chiara la prospettiva della lotta di classe e della necessità di superare il capitalismo ogni forma di conflitto, compreso lo scontro con le forze dell’ordine borghese, non potrà che collocarsi in un’ottica di riforma del sistema. Dare vita a scontri violenti non significa di per sé essere rivoluzionari, ma può significare anche il solo porsi con mezzi violenti sul terreno della riforma (in veste radicale) del sistema, indipendentemente dalle intenzioni soggettive.
  • La violenza è immanente al sistema, ma una cosa è difendere un corteo, difendere una lotta, essere determinati a raggiungere un obiettivo dal significato politico anticapitalista — e in questo caso la “violenza” della piazza è condivisibile — , un’altra è dare vita a scontri per arrivare… simbolicamente sotto il parlamento.
  • In mancanza dell’intervento attivo dell’avanguardia comunista, la rabbia che ribolle confusa — non da ultimo tra le generazioni più giovani — le generose fiammate di rivolta, sono destinate a essere riassorbite-represse dal sistema, senza poter compiere l’indispensabile salto di qualità in senso anticapitalistico.

Noi comunisti internazionalisti siamo stati e saremo sempre nelle lotte per innalzare il livello della lotta di classe e della coscienza rivoluzionaria dei proletari… fino a che questo infame sistema non sarà superato una volta per tutte.

giovedì 9 dicembre 2010

LOTTA DI CLASSE ANCHE NELL’UNIVERSITÀ

Il presente documento è redatto da giovani internazionalisti, studenti e lavoratori, che ritengono necessario e urgente la maturazione in senso classista del movimento universitario.

Il mondo è nostro! Dobbiamo solo imparare a prendercelo.


  1. Gli studenti non sono una classe: la divisione in classi della società attraversa l’intero mondo studentesco. Gli studenti provenienti da famiglie di lavoratori, tra cui i molti che per mantenersi agli studi lavorano, non sono colpiti dalla riforma allo stesso modo degli studenti provenienti da famiglie borghesi o - genericamente – agiate. I primi subiscono totalmente le conseguenze della riforma e dei tagli: riduzione dei buoni mensa, delle case dello studente, delle borse-lavoro all’interno dell’università, etc., innalzamento delle rate periodiche, riduzione dei mezzi e delle risorse di cui dispone l’università pubblica, generale scadimento della didattica, progressiva difficoltà ad accedere ai percorsi di ricerca, ai dottorati, ai percorsi di abilitazione all’insegnamento. Gli studenti provenienti da famiglie borghesi, pur subendo i medesimi tagli, si distinguono in quanto la superiore disponibilità economica familiare permette loro di neutralizzare in larga parte gli effetti della riforma e dei tagli attivando le loro private risorse o, più semplicemente, grazie alla loro possibilità di scegliere percorsi formativi privati. Per questo, indipendentemente dalla provenienza sociale del singolo studente, la lotta deve essere di classe; ossia deve avere nel proletariato – e negli studenti provenienti da famiglie proletarie – il proprio referente.

  2. Contro i tagli, contro la crisi, contro il Sistema. La lotta contro la riforma è lotta contro i tagli, ovverosia contro una delle conseguenze maggiori della crisi del Sistema. L’opposizione ai tagli e alla riforma deve quindi essere lotta contro il Sistema che ha generato la crisi: il capitalismo. Questo passaggio, sebbene istintivamente avvertito da una parte del movimento, deve diventare sempre più esplicito e cosciente. Un altra cosa va sottolineata: la crisi non è una imprevedibile catastrofe o il riflesso di scelte irresponsabili da parte di politicanti, mercati o organismi internazionali; la crisi è l’inevitabile svolgimento delle contraddizioni del modo di produzione capitalista fondato sullo sfruttamento del lavoro da parte del capitale e sulla ricerca del massimo profitto possibile da parte del capitalismo stesso. Non esiste capitalismo senza crisi. I primi due cicli di accumulazione capitalista si sono risolti con le due guerre mondiali; siamo nella crisi del terzo ciclo: le soluzioni capitaliste sono, ancora, la nuova guerra e la barbarie.

  3. Il Sistema non è riformabile. Inquadrate socialmente, economicamente e storicamente cause e ricadute dei tagli/riforma, dobbiamo affrontare il livello politico nel quale il movimento si sta esprimendo. Va registrato che il piano immediato è quello del rifiuto della riforma, rifiuto accompagnato dalla denuncia di un futuro che viene percepito come negato. Il piano politico si spinge poco oltre, anche se non mancano piattaforme riformiste che vorrebbero rivendicare il ritorno dell’università ad un ruolo “realmente formativo”, che vorrebbero l’università come percorso funzionale all’accesso al mercato del lavoro (in una posizione migliore di quella dell’operaio generico), fino alla bufala che vorrebbe gli investimenti nell’università funzionali alla ripresa della competitività del capitalismo italiano sui mercati internazionali, e quindi ad un’uscita dalla crisi (come se la crisi fosse un problema nazionale e non il logico epilogo di un sistema produttivo giunto storicamente sull’orlo del baratro). Dobbiamo respingere fermamente ogni ipotesi riformista per almeno due motivi essenziali:

1) se nell’epoca storica dello sviluppo del terzo ciclo di accumulazione del capitale (1945 – 1971) è stato possibile, con forti lotte riformatrici, conquistare riforme che hanno migliorato le condizioni di parte della classe proletaria - attraverso la redistribuzione delle briciole dei lauti profitti che la borghesia incassava - oggi, nell’epoca della crisi conclamata del terzo ciclo (1971 - …), ogni riforma è funzionale allo strappare al proletariato le briciole che nei decenni aveva conquistato, a sostenere i saggi di profitto sempre più esigui che la borghesia sta incassando. Ogni riforma volta a migliorare le condizioni della classe sfruttata è oggi impossibile, ogni investimento deve avere una sicura e veloce prospettiva di rientro economico e significa, in ogni caso, l’ulteriore compressione delle condizioni della nostra classe (vedi Germania, dove l’aumento dei finanziamenti all’istruzione è bilanciato dal drastico taglio dei sussidi di disoccupazione e delle forme di sostegno al reddito per le fasce inferiori della società). Non possiamo rivendicare “un'altra riforma”, dobbiamo bensì “respingere i tagli, il peggioramento delle nostre condizioni e il sistema che li ha generati”. 2) Possiamo dire apertamente che con molta difficoltà il movimento riuscirà ad ottenere dei risultati e delle vittorie concrete, ma possiamo affermare con altrettanta sicurezza che la battaglia per “un'altra riforma” è destinata a sconfitta certa, e che la sconfitta porterà rassegnazione e scoramento. Dobbiamo prevenire e combattere la rassegnazione e lo scoramento che minacciano le sorti future del movimento! Per questo dobbiamo affermare che la battaglia di oggi (arrestare la riforma) possiamo vincerla o perderla, ma una sconfitta che lascerà sul campo una aggregazione di studenti determinati a proseguire la lunga e dura lotta contro questa infame e decadente società sarà molto più proficua, per le nostre sorti future, di una vittoria che vedrebbe, ancora!, insinuarsi tra le fila degli studenti il viscido e flaccido morbo dell’illusione riformatrice.

  1. Il sistema di istruzione pubblico riflette le esigenze formative del capitale. Un altro punto va affrontato ed è che la riforma è volta esattamente ad adeguare l’università al mercato del lavoro, ovvero alla disoccupazione di massa, alla precarietà, al lavoro scarsamente qualificato e poco retribuito. É quindi immediatamente evidente come la battaglia universitaria non possa essere isolata dalla generale battaglia proletaria contro i licenziamenti, la precarietà, i tagli ed il generale peggioramento delle condizioni di lavoro. È assurdo e ridicolo voler risolvere il futuro problema occupazionale degli odierni studenti pretendendo corsi che preparino realmente al mondo del lavoro, quando è, al contrario, la crisi di saturazione del mercato del lavoro - rispetto alle esigenze di valorizzazione del capitale - che ha spinto verso una significativa dequalificazione e impoverimento dei corsi universitari.

  2. Non siamo più negli anni ‘60. Negli anni ‘60 e ‘70 quando “anche l’operaio vuole il figlio dottore”, la società ha bisogno di nuovi quadri intermedi e, anche attraverso la contestazione del 1968, la piccola e media borghesia ottiene un’apertura agevolata delle università ai suoi figli. La società ancora in espansione può garantire un minimo di mobilità sociale e se ne giovano anche non pochi giovani provenienti dalle famiglie operaie. Nel corso degli anni ‘80 e ‘90 questa tendenza si inverte sotto la spinta delle modifiche strutturali conseguenti all’apertura della crisi e portatrice della precarizzazione del mercato del lavoro. Ecco che oggi l’università pubblica risponde alle nuove esigenze del mercato del lavoro con il suo progressivo depotenziamento, a tutto vantaggio delle università private dove i figli della borghesia possono tranquillamente accedere e continuare a formarsi. Tutto questo non significa che lottare è inutile, al contrario! La lotta è oggi tanto necessaria quanto è necessario inquadrarne correttamente i termini, le condizioni e gli obiettivi, al fine di uscire sempre più forti, e non più deboli, da ogni ciclo di battaglie.

  3. La pratica dell’assemblea. Se è vero che la rivoluzione non è un problema di forme di organizzazione, è altrettanto vero che 30 anni di più o meno continua e assordante pace sociale ci hanno fatto dimenticare anche le più elementari forme di organizzazione e comunicazione proprie delle lotte del movimento operaio. Tra tutte, quella che riteniamo centrale oggi è l’assemblea di piazza: i contenuti della lotta, le forme della mobilitazione, le modalità del conflitto devono essere discussi apertamente, al megafono, davanti a tutti. La pratica dell’assemblea, oltre ad essere un essenziale esercizio volto a riappropriarsi del potere del linguaggio e del confronto (e con essi del potere della riflessione critica e aperta), è anche una pratica che restituisce la leadership alla piazza sul movimento: è la piazza il cuore pulsante del movimento, il luogo dove le idee si devono incontrare e scontrare al fine di selezionare quelle più valide a dirigere il movimento stesso. La pratica dell’assemblea è uno strumento volto a delegittimare la gestione del conflitto da parte dei soliti leaderini autonominati. Questi infatti sono più preoccupati dalla visibilità mediatica del movimento, la quale nessun danno arreca al capitale, che dall’impatto concreto che questo movimento può avere a livello di danno al profitto, come attraverso il blocco merci e/o il coinvolgimento di altri proletari appoggiandone le lotte sui luoghi di lavoro. Ovunque sia possibile, è l’assemblea aperta, con interventi cronometrati e facoltà di contestazione, che ha il dovere di essere il luogo dove le idee di direzione della lotta si confrontano e si selezionano.

  4. O gli universitari saldano la loro lotta con quella dei lavoratori o sono condannati a sconfitta sicura. La crisi è più grande di qualsiasi movimento studentesco, ma è più piccola della carica sovversiva, sebbene ancora solo potenziale, insita nell’esistenza stessa della classe proletaria. Gli studenti si giocano la possibilità di sviluppare ulteriormente il movimento sulla loro possibilità di essere parte e stimolo del/per la classe lavoratrice. Sia detto chiaramente: i lavoratori sono attualmente frammentati, soffocati dalla cappa e dal disorientamento prodotto dai sindacati (grandi e piccoli), sottoposti a gravi ricatti, demoralizzati da decenni di sconfitte (ancora grazie ai sindacati, tutti!), privi di punti di riferimento, incapaci di riconoscersi come classe. Eppure è là che riposa il potenziale capace di arrestare questa riforma, questi tagli, questa crisi, questo sistema! Il proletariato è quello che produce e fa muovere ogni cosa che ci circonda, è questo il gigante che si deve svegliare e che può rappresentare la forza materiale capace non solo di arrestare i tagli, le riforme, le guerre che questo sistema produce, bensì di sovvertire il sistema medesimo ed il suo portato di miseria, guerra e morte.

  5. Gli universitari devono sostenere il protagonismo proletario. Gli studenti hanno oggi la possibilità di svolgere una funzione storica essenziale per il risveglio della classe lavoratrice. Lo dicano chiaramente nei cortei, con gli striscioni, nei quartieri, davanti alle fabbriche, agli uffici, ai luoghi di lavoro, alle agenzie interinali, ai call-center...: “Noi studenti abbiamo iniziato a mobilitarci, ma senza i lavoratori il nostro movimento è nulla. Dobbiamo lottare uniti contro la crisi, per il nostro futuro, per la di fesa dei nostri comuni interessi, in quanto appartenenti alla stessa classe sociale: il proletariato! I lavoratori si sveglino, rompano i lacci legali e sindacali che li tengono incatenati, si scuotano dal torpore ed inizino a lottare veramente! Troverete in noi studenti un alleato pronto e determinato”. Si invochi lo SCIOPERO GENERALE AD OLTRANZA come prima rivendicazione in ogni corteo, assemblea, mobilitazione. Se gli studenti si isolano nelle univesità hanno perso; se gli studenti riescono ad avere un ruolo di stimolo e collegamento per i lavoratori allora il potere dei padroni avrà motivi per iniziare a tremare. Il terreno di convergenza è la lotta proletaria “contro i tagli, contro la crisi, contro il sistema che la ha generata”.

  6. Alle periferie! Anche per questo è importante che il movimento cominci ad andare alle periferie, bisogna iniziare a dialogare con chi sta subendo più degli altri le conseguenze della crisi economica: i proletari delle periferie. Se il centro cittadino è ormai la cittadella dei padroni e dei loro palazzi-simbolo (Montecitorio...), sono le periferie il nostro referente naturale, i luoghi dove vivono gli appartenenti alla nostra stessa classe, i luoghi dove la presenza criticamente stimolante, sovversiva e assembleare degli studenti può fare più paura. La presenza degli studenti proletari nelle periferie e davanti ai luoghi di lavoro fa paura ai padroni a causa della sensibilità delle periferie e dei lavoratori ai temi dei tagli, della crisi etc... i proletari di periferia sono abbandonati a loro stessi, privi di risposta politica ai loro problemi, è qui che gli studenti possono svolgere quel ruolo di collegamento, stimolo, unione, radicalizzazione delle lotte proletarie che, in parte, è già stato loro negli anni ‘70. Naturalmente per realizzare questo gli studenti devono iniziare a muoversi come proletari contro il sistema, e non più come studenti per l’università pubblica.

  7. Noi siamo il futuro! Diceva, giustamente, Marx nel Manifesto del partito comunista “Ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente. Il vero e proprio risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l'unione degli operai si estende sempre più. [...] Questa organizzazione dei proletari in classe e quindi in partito politico torna ad essere spezzata ogni momento dalla concorrenza fra gli operai stessi. Ma risorge sempre di nuovo, più forte, più salda, più potente.Il più grande risultato al quale una lotta può aspirare, e noi con essa, è la crescita della compagine organizzata intorno al programma comunista che in essa si esprime: la progressiva organizzazione del proletariato in classe, ovvero in partito politico. I proletari dell’università devono e possono avere un ruolo di punta in questo processo! La progressiva organizzazione dei proletari in partito di classe è al contempo il più alto risultato che la lotta universitaria può perseguire e la premessa necessaria al fine di superare la crisi del capitalismo. L’unica alternativa alla crisi e alla guerra è, infatti, il socialismo. Noi siamo il futuro: avanti!

Lavoratori e studenti internazionalisti

amicidispartaco@email.it

www.internazionalisti.it

giovedì 25 novembre 2010

A proposito delle proposte di legge relative al riordino dei percorsi di abilitazione e di reclutamento.



Sto frequentando il comitato precari scuola di roma, i quali mi hanno chiesto di scrivere un articolo sul reclutamento. questo è un "papiellone" dal quale verrà estratto l'articolo. buona lettura... in attesa di commenti.

Introduzione Nel lavoro di studio volto a comprendere come si configureranno i percorsi di formazione, abilitazione e reclutamento dei futuri insegnanti, ci siamo immediatamente imbattuti in difficoltà legate al significato da attribuire ai regolamenti ed alle proposte attualmente in discussione nelle aule parlamentari.

Quale presa di posizione dei precari della scuola – abilitati e non, con l’attenzione rivolta anche a quanti si abiliteranno in futuro - rispetto alle nuove norme che regoleranno l’accesso o meno, la permanenza o meno, alle dipendenze del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca?

La crisi. Non potevamo prendere una posizione corretta, se non collocando il fenomeno in oggetto – la ridefinizione del reclutamento e dei percorsi abilitanti – all’interno del quadro che l’erompere della crisi va determinando.

Anni di crisi strisciante sono esplosi nel 2007, scuotendo l’intero mondo capitalista, così la scuola e i suoi lavoratori sono stati chiamati a sacrificarsi, al pari di altre categorie di lavoratori dipendenti, per sanare l’insanabile economia nazionale.

La crisi, i tagli e la loro gestione. Crisi significa tagli e i tagli vogliono dire: più soldi alle banche e agli imprenditori, meno soldi ai lavoratori dipendenti (taglio del salario diretto, dei posti di lavoro e del salario indiretto come scuola, sanità, servizi, pensioni...). Nello specifico della scuola, crisi sta significando una drastica riduzione di personale, risorse, mezzi, strumenti... una situazione drammatica, ma potenzialmente esplosiva.

Dal punto di vista del potere borghese, che ne è l’artefice, il taglio netto di decine di migliaia di insegnanti avviato dalla “riforma” Gelmini deve essere gestito, gestito nella maniera più indolore possibile. Questo significa che il più grande licenziamento di massa della storia italiana deve avvenire prevenendo e scongiurando la possibilità che la rabbia dei licenziati e tagliati possa trasformarsi in movimento di contestazione unito e, sopratutto, che la rabbia dei precari possa superare le guerre intestine, le divisioni sindacali e gli ostacoli istituzionali e giuridici che la vincolano, per arrivare a saldarsi con lo scontento dei docenti di ruolo, dei genitori, degli alunni, di tutti gli altri lavoratori della scuola... i quali sono, infatti, tutti accomunati dalla concreta constatazione del rapido peggioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro. Gestire, per loro, significa, insomma, dividere e prevenire la possibilità che l’opposizione si generalizzi, radicalizzandosi.

La dequalificazione dell’insegnamento. I tagli servono a risparmiare denaro e, al contempo stanno determinano l’adeguamento della scuola pubblica alle esigenze del nuovo mercato del lavoro. Se è vero che la scuola ha innanzi tutto il compito di formare i lavoratori di domani, e se è vero che il mercato del lavoro va sempre più caratterizzandosi nella direzione della disoccupazione di massa e del lavoro precario e/o scarsamente qualificato, allora è anche vero che la nuova scuola pubblica dovrà formare una formazione sempre più flessibile e dequalificata.

I tagli e la ridefinizione della nuova scuola pubblica vengono gestiti, anche, attraverso la riforma del reclutamento e dei percorsi abilitanti, che sono, infatti, l’oggetto del nostro studio.

Lo schema. Lo schema di decreto relativo al regolamento dei requisiti e modalità della formazione iniziale dei docenti si colloca pienamente in questo solco. Da un lato impoverisce ulteriormente la figura del docente della scuola secondaria, il quale accederà ad un biennio magistrale ed al successivo tirocinio (TFA) sulla base di soli tre anni di studi universitari. In questo caso la suddivisione tra un biennio magistrale e uno di ricerca non fa che confermare che i futuri docenti avranno sempre meno competenze disciplinari. Un altro aspetto che va sottolineato è che all’articolo 16 di questo schema si afferma chiaramente: “i corsi di cui al presente decreto sono organizzati dalle Università senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Questo, in tempi di violenti tagli alle Università, significa che anche questi corsi o non si attueranno o, peggio, si svolgeranno a totale carico degli iscritti.

E il reclutamento? In materia ci sono le proposte contenute nel DDL Aprea prima, nelle proposte Goisis e Cota poi. Ebbene, l’essenza di queste proposte è l’affermazione dell’idea che il reclutamento debba superare le graduatorie nazionali per avvenire attraverso graduatorie regionali, se non, addirittura, nella prospettiva di concorsi indetti direttamente dai Dirigenti, sulla scorta dei posti disponibili nelle singole scuole (o reti di scuole).

La nostra presa di posizione in merito. La nostra posizione non può correre il rischio di arenarsi tra i perigliosi articoli della legislazione in oggetto. Primo perché possiamo essere sicuri che la scuola verrà sottoposta ad altre, peggiorative, modifiche, secondo perché abbiamo bisogno di individuare dei punti di orientamento fermi, che ci permettano di avere le idee chiare in materia, affermando un punto di vista alternativo e rispondente al nostro specifico e comune interesse di lavoratori della scuola.

No alla regionalizzazione. La regionalizzazione va respinta, perché colpisce innanzi tutto chi vive condizioni peggiori e perché, dividendoci, prepara il terreno a nuovi ed ulteriori attacchi e miseria. Allo stesso modo va respinto qualsiasi criterio che metta in concorrenza i precari tra loro. Dopo 150 anni di sfruttamento, di clientelismo, e di politiche neo coloniali da parte delle borghesie del nord, il sud vive condizioni drammatiche: la crisi occupazionale ha raggiunto picchi di insostenibilità (vedi il caso estremo dei suicidi, o anche degli scioperi della fame). Sostenere politiche federaliste in materia di assunzione vuol dire condannare gli insegnanti del sud e, in pari tempo, aumentare la concorrenza interna alla nostra categoria.

Altri aspetti del medesimo problema. Allo stesso modo, l’assunzione tramite concorsi d’Istituto, o, peggio, attraverso la nomina diretta dei Dirigenti, significherebbe gettare intere masse di insegnanti alla disperata guerra tra poveri, pur di assegnarsi uno tra i pochi posti rimasti disponibili. Ugualmente va sottoposto ad aspra critica l’innalzamento dell’età pensionabile, il blocco delle finestre etc. i quali non fanno che ostacolare il ricambio generazionale, impedendo l’ingresso di nuovi docenti. In fine la stessa meritocrazia, che la FLC di fatto accetta, è un’arma contro di noi, perché volta ad incentivare i docenti ruffiani e proni, pronti a tutto pur di guadagnare di più o... di accedere al posto di ruolo, a discapito degli altri.

Il vero problema. L’unica realtà sulla quale dobbiamo focalizzare la nostra attenzione è che i tagli di personale e risorse stanno mettendo in ginocchio la possibilità di dare una adeguata risposta ai bisogni educativi/formativi dei giovani (in particolare di coloro i quali provengono da famiglie proletarie), cancellando al contempo la possibilità di dare adeguata occupazione ai circa 200’000 precari attuali (e a coloro che si abiliteranno in futuro).

Per cosa lottiamo. E’ impossibile, allora, fare qualsiasi ragionamento se il nostro “NO AI TAGLI!” non si leva corale, conseguente e compatto, nelle scuole, tra i docenti e tra gli studenti universitari che accedono ai percorsi abilitanti. E’ questa la premessa a qualsiasi discorso, il motivo centrale intorno al quale costruire la nostra unità nella lotta.

A questa premessa dobbiamo essere conseguenti impegnandoci nel denunciare – in tutti i modi possibili - la condizione di carenza di personale e risorse che la riforma sta creando, a partire dal pretendere la nomina dei supplenti e dal denunciare il fatto che alcuni colleghi pur potendo andare in pensione non ci vanno, fino a coinvolgere i ragazzi, i genitori e gli altri lavoratori della scuola in assemblee di mobilitazione volte a trovare di comune accordo obbiettivi e modi nei quali lottare in maniera più efficace a partire dal territorio, cercando, infine, sopratutto al sud, di dare vita ad iniziative forti insieme a chi è già stato tagliato fuori (come quella, purtroppo ancora isolata, di Messina)...

Per concludere sul reclutamento, non possiamo che respingere la frantumazione dei precari tra mille graduatorie per affermare, al contrario, la necessità che il reclutamento avvenga, per tutti, attraverso le graduatorie nazionali, sulla sola base dell’anzianità di servizio e dei titoli, escludendo, però, i titoli spazzatura da 1 e 3 punti messi in vendita nelle varie università.


lunedì 1 novembre 2010

Anche nella scuola: i sindacati contro i lavoratori, gli internazionalisti per l’autogestione delle lotte.

La dura realtà della crisi e della “riforma”.

L’attacco alla scuola pubblica, ed a chi vi lavora, è uno dei fronti principali attraverso il quale il padronato italiano vuole far pagare i costi della sua crisi ai lavoratori.

Come Brunetta taglia entro il 2013 300.000 posti nel pubblico impiego, e come il padronato è ovunque all’attacco, così il duo Gelmini-Tremonti nella pubblica istruzione non ne licenzia meno di 135.000 tra docenti e ATA, riducendo al contempo le ore di lezione, i pochi fondi residui, innalzando il numero minimo e massimo di alunni per classe, etc., il tutto mentre l’edilizia scolastica cade pericolosamente a pezzi, vengono tagliati del 25% (!) gli appalti per la pulizia dei locali e le condizioni di tutti quelli che vivono attorno alla scuola peggiorano rapidamente.

Insomma, il secondo anno di attuazione della “riforma” Gelmini delinea con chiarezza unica i tratti caratteristici della scuola pubblica di domani: poco personale, nessuna risorsa se non quelle reperibili attraverso l’elemosina dei privati e il “contributo volontario-obbligatorio” dei genitori (i quali, è bene dirlo, già pagano la scuola pubblica attraverso le tasse), condizioni lavorative sempre peggiori e quindi sempre peggiori condizioni per i ragazzi. Certo, non tutti gli studenti sono colpiti allo stesso modo: c’è chi proviene da famiglie abbienti e può scegliere le private, anche grazie ai contributi statali, e c’è invece la massa che è composta da figli di lavoratori che scegliere non possono e allora devono accedere ad una scuola sempre più simile a un baby-parking.

Se questa è la realtà, e lo è!, allora è naturale che a chi a scuola ci lavora “gli roda” e voglia fare qualcosa. Allora il lavoratore della scuola che si vuole mobilitare, si guarda intorno... e che trova?

Come il sindacalismo tenta di “opporsi” alla “riforma” Gelmini.

La CGIL ha avanzato una linea di “lotta”, ritenuta dagli stessi iscritti, ridicola: un’ora di sciopero ogni 15 giorni dal 1 ottobre al dicembre 2010, oltre ad un generico e minimalista invito a non svolgere prestazioni orarie aggiuntive (cfr. comunicato FLC 1/09/’10). Ma, nella quotidianità, alle – poche – buone intenzioni si accompagna una condotta, p.es. nelle assemblee sindacali, tutta volta a seminare scoraggiamento e rassegnazione, nella messianica attesa di uno sciopero generale che, se si farà, non sarà altro che opera di testimonianza, la quale nessun danno apporterà concretamente ai padroni.

Ci rimane il sindacalismo di base! Vediamo: qual’è la proposta di mobilitazione del sindacalismo alternativo in questo avvio di anno scolastico, caratterizzato dal sostanziale disorientamento dei lavoratori dinnanzi all’uragano che si sta abbattendo su di loro? Ogni sindacatino ha proposto la propria mobilitazione autonoma! Vogliamo essere più chiari. I sindacati di base sono quasi una decina ed hanno tutti piattaforma, rivendicazioni, modalità di operare molto simili, ma non si uniscono tra di loro nemmeno per uno sciopero, né lo faranno mai. Perché? Perché non riescono a capire che se i lavoratori fossero uniti sarebbe già un passo avanti? Perché continuano a frammentarci e a dividerci? Perché ritengono più importante conquistare migliori posizioni per la propria struttura di appartenenza indicendo scioperi isolati, piuttosto che mettersi al servizio della lotta di classe, come un sindacato decente dovrebbe fare? La nostra risposta è una e definitiva: perché il sindacalismo ha fatto il suo tempo. Almeno 200 anni di capitalismo hanno ormai completamente assorbito i margini in base ai quali il sindacato giustificava ai lavoratori la propria esistenza.

Oggi chi parla di ricostruire il sindacato di classe – e a molti sembra l’unica prospettiva possibile - non solo non tiene conto che si tratta di un desiderio che fa a cazzotti con quanto la realtà quotidiana ci dimostra in fatto di sindacalismo, ma fa un discorso addirittura reazionario, nel senso che vorrebbe – cosa evidentemente impossibile – riportare il conflitto di classe indietro di decenni. Il problema non è oggi come resuscitare forme di conflittualità ormai superate dalla Storia (sindacalismo), quanto attrezzarsi per intervenire nelle nuove forme che assumerà la lotta di classe in questi anni ‘10 così tormentati da una crisi economica di anno in anno sempre più feroce.

Insomma, dal nostro punto di vista chi crede di recuperare i sindacatoni, i sindacatini o anche alcuni politicanti, alla difesa dei nostri interessi sta prendendo una grossa cantonata, continuando a sottomettere forze proletarie a interessi e a logiche (salva restando la buona fede di moltissimi iscritti di base) di micro o macro apparati che vivono e si legittimano grazie alla nostra frammentazione, grazie al fatto che auspicano di presentarsi ai dirigenti (o ai ministri) come strutture autenticamente capaci di gestire il conflitto. Insomma il sindacalismo difende ormai solo più sé stesso, i suoi interessi di struttura e ha da tempo abbandonato gli interessi dei lavoratori.

E allora voi internazionalisti che cosa proponete?

Se il sindacalismo, allo scopo di vedere riconosciuta dalla controparte la propria sigla, è sempre disposto a sacrificare gli interessi dei lavoratori, allora è evidente che il nostro progetto deve guardare altrove.

Il punto di partenza devono essere necessariamente comitati di agitazione i quali raccolgano i lavoratori più combattivi, iscritti o non iscritti ai sindacati, possibilmente e auspicabilmente anche di tipologie differenti (docenti, ATA, personale educativo, pulizie, genitori proletari, etc.).

Sono questi comitati spontanei, che nascono sulla base di rivendicazioni specifiche, che devono decidere come, quando e per cosa lottare (chi conosce i problemi e le possibilità di mobilitazione meglio di chi è coinvolto direttamente?) e parallelamente devono uscire dalla mera logica di categoria per coinvolgere tutti coloro che a scuola lavorano e i genitori, molti dei quali stanno anch’essi subendo le conseguenze della crisi.

La nostra indicazione è quella di andare verso assemblee trasversali lavoratori/studenti/genitori, che magari riescano ad uscire dalla singola scuola, per coordinarsi a livello territoriale al fine di sviluppare la lotta nelle forme più opportune. I comunisti devono stimolare questo tipo di iniziative e orientarle a saldarsi con le altre mobilitazioni presenti sul territorio (contro licenziamenti, devastazione ecologica etc.) diventando magari per esse un punto di riferimento fuori e contro la logica del compromesso e della delega che è propria del sindacalismo.

All’interno di queste assemblee bisognerà da un lato far maturare la coscienza anti-capitalista (la crisi è frutto del sistema e quindi è col sistema stesso che ci stiamo scontrando), dall’altro cercare di estendere sempre di più la mobilitazione (la crisi morde con violenza settori via via più ampi di proletari), affermando al contempo quelli che sono i propri interessi e rifiutando così le contrattazioni al ribasso che politicanti e sindacalisti ci proporranno: i sindacati interverranno a mediare, ma noi dovremo avere la forza di porli davanti alla scelta, o si rispettano le decisioni dell’assemblea o faremo definitivamente a meno anche di voi.

I comunisti devono necessariamente collocarsi su questo terreno e qui affinare le loro capacità di intervento, organizzazione e direzione dello scontro, se non vogliono essere tagliati definitivamente fuori dai giochi!

Ecco cosa intendiamo quando parliamo di lotta fuori e contro il sindacato, ecco come pensiamo che inizieranno a prendere forma le assemblee proletarie territoriali che oggi, sole, possono porre un argine all’attacco in atto, ma che domani – in rapporto dialettico col partito rivoluzionario - rappresenteranno gli embrioni di quello che sarà un sistema nuovo, nel quale la borghesia sarà categoricamente esclusa dall’esercizio del potere.

Perché se la crisi non nasce dal nulla, ma è il frutto di un sistema giunto all’orlo del collasso, allora dobbiamo necessariamente e da subito almeno iniziare a porci il problema del suo superamento, il problema di costruire il partito di classe all’interno dello scontro di classe in atto.

E’ questo il terreno sul quale chiamiamo al confronto i lavoratori della scuola, e non solo, più combattivi.


lotus

ci riproviamo

dopo un anno senza postare nulla, mo ci riproviamo. un saluto a tutti coloro che torneranno su queste pagine.

lunedì 12 aprile 2010

Cos'è la scuola? Elementi introduttivi ad una critica rivoluzionaria dell'istituzione scolastica (parte terza)


“Ho sempre avuto il sospetto che “addestrare a star seduti” sia la funzione sostanziale di ogni esperienza scolastica.
Così come l'origine dell'organizzazione scolare si riferisce certamente al quesito: dove raggruppare i figli di chi lavora mentre appunto i genitori lavorano?
Risposta: istituiamo questi “silos” nei quali raggruppare minorenni di ogni specie e intanto che sono lì addestriamoli a star seduti cinque, sei, sette ore in modo da trovarli pronti alla sottomissione non appena raggiunta l'età adulta.”
S.Agosti, in M.Parodi, La scuola che fa male.

Una delle caratteristiche peculiari della scuola borghese è quella del disciplinamento.
Il disciplinamento non è qui inteso in quanto artificioso frazionamento del sapere e della conoscenza in un elevato numero di discipline senza alcun apparente nesso tra loro, il che è comunque un'aberrazione fatta propria e accentuata al massimo grado dalla società capitalista, disciplinamento è qui inteso nel senso letterale in quanto insieme sistematico di azioni volte ad ottenere la sottomissione ad un complesso di norme che regolano rigorosamente il comportamento.
In questo articolo parliamo della funzione che svolge la scuola la quale forma e modella il comportamento della futura forza-lavoro in modo tale da renderla caratterialmente e mentalmente adeguata alla disciplina che vige nel luogo di lavoro. Come già osservava J.J.Rousseau il bambino nasce libero e la sua libertà e spontaneità mal si adattano ad una società che richiede il pieno adattamento alle sue norme comportamentali e ai suoi valori.
Fino alle società pre-capitaliste il ragazzo, anche il più povero, cresceva e si formava nel suo “ambiente naturale” (prendiamo una fattoria per esempio), così che non aveva bisogno di andare a scuola, da grande avrebbe continuato a vivere e a fare le medesime cose che vedeva continuamente intorno a se. La, pur dura, disciplina era la disciplina della vita e proveniva dall'ambiente stesso nel quale il ragazzo cresceva, la scuola vera e propria era riservata esclusivamente alla formazione delle future classi dirigenti, non certo ai poveri.
Il capitalismo sconvolge completamente le cose, strappa le famiglie dalle campagne, i giovani dall'ambiente nel quale sono cresciuti, sbatte tutti nel vortice del mercato, chiede al lavoratore di essere pendolare o, addirittura, di migrare, gli chiede di entrare in un ambiente diabolico e malsano come la fabbrica. Il lavoratore deve accettare di vendersi per un salario, il suo spirito ribelle deve essere sedato. La società contemporanea, ingiusta ed irrazionale, ha bisogno di dotarsi di strumenti adeguati a garantire che il cuore del sistema non cessi mai di battere, che i proletari non cessino mai di farsi sfruttare.
Forme di scuola erano nate già prima dell'attuale, ma è caratteristica distintiva della scuola borghese il suo essere obbligatoria, gratuita e statale. I primi progetti per realizzare una tale scuola risalgono infatti alla Rivoluzione Francese (progetti del 1791 e 1793), in Italia alla Legge Casati (1859).
Come affermavamo nel primo articolo di questa serie è l'affermarsi della borghesia come classe dominante che determina la nascita della scuola, ma “la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che la porteranno alla morte; ha anche generato gli uomini che impugneranno quelle armi: gli operai moderni, i proletari” (Marx, manifesto comunista), così nel periodo in cui il modo di produzione industriale si afferma su quello manifatturiero e contadino - tra sette e ottocento -, centinaia di migliaia di ex-contadini vengono strappati dalle terre nelle quali erano vissuti per generazioni e vengono rovesciati nelle città: forza-lavoro a bassissimo costo, ma anche molto poco propensa ad accettare le terribili condizioni di lavoro “proposte”. In molti si rifiutano di accettare la disciplina del lavoro capitalista, così “la soluzione pienamente accolta dalla borghesia inglese pochissimo tempo dopo la sua definitiva ascesa al potere politico è la deterrent workhouse, la casa di lavoro terroristica; cioè la sostituzione di qualsiasi forma di assistenza fuori dalle case di lavoro (outdoor relief) con l'internamento ed il lavoro obbligatorio in esse”. Proprio così, nello stesso periodo nel quale la borghesia si affermava come classe dominante essa si dotava di due strumenti complementari, utili a rendere “compatibili con le esigenze della produzione” le folte schiere di proletari che di giorno in giorno si riversavano nelle città. Con l'affermarsi della borghesia non nasce solo la scuola di massa, ma anche il carcere detentivo di massa. Carcere e scuola hanno la medesima origine e scopi tra loro complementari, in entrambi si riflette il carattere violento, gerarchico e disciplinare che è proprio della società dello sfruttamento.
Il complesso apparato di sanzioni disciplinari nel quale incorre l'alunno in caso di condotte inadeguate (voti, note, condotta, bocciatura, umiliazioni varie, convocazione dei genitori...) riflette semplicemente la violenza con la quale il sistema del mercato e del profitto si impone sull'individuo al fine di modellarlo a seconda delle sue esigenze. Come afferma G.M.Volontè - capo della polizia politica nel film “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” del 1970 - la repressione è l'arma vincente laddove l'educazione e la cura hanno fallito: “Noi siamo a guardia della legge, che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo. Il popolo è minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi, il dovere di reprimere, la repressione è il nostro vaccino: repressione è libertà!”.
Non è un caso che con l'avanzare della crisi la scuola dismetta sempre più la sua falsa faccia democratica (buona in tempi di sviluppo economico, vedi i decreti delegati del 1973) ed assuma sempre più la faccia che veramente caratterizza il dominio borghese: disciplina, ordine, repressione, ossia preside manager, voto in condotta, voti e discipline (materie) fin dalle elementari, politiche razziste etc. [continua]
Lotus

“Finché durerà la società divisa il classi, la scuola continuerà a essere un semplice rodaggio in un sistema generale di sfruttamento, e il corpo insegnante un reggimento che difende come l'altro gli interessi dello Stato.”
A. Ponce, Educazione e lotta di classe


sabato 6 marzo 2010

Cos'è la scuola? Elementi introduttivi ad una critica rivoluzionaria dell'istituzione scolastica (parte seconda)

Nel numero precedente abbiamo visto come la scuola sia un prodotto storicamente determinato, in particolare la scuola borghese nasce in seguito alla conquista del potere politico da parte della borghesia (superamento del feudalesimo) per rispondere a tre fondamentali esigenze della società capitalista moderna: 1) formare una forza-lavoro che possa essere agevolmente sfruttata nella grande industria, 2) sviluppare il controllo ideologico e la disciplina del lavoro sulle classi dominate, 3) parcheggiare i figli dei proletari mentre i genitori lavorano.
Abbiamo quindi visto come la borghesia abbia dato vita, durante l'esercizio del suo dominio, ad una cultura dominante (la cultura borghese), per questo non è possibile parlare di “rivoluzione culturale” o di “liberazione per mezzo della cultura” quando si tratta, piuttosto, di portare la critica al cuore del sistema: una “cultura rivoluzionaria” o “proletaria” si svilupperà solo come riflesso ideale di un movimento pratico di critica alla società dello sfruttamento.

"È un pregiudizio credere che la borghesia domini per mezzo dell'ignoranza: essa invece domina per mezzo della sua cultura"
A. Bordiga, La nostra Missione, L'Avanguardia, 2 febbraio 1913

La scuola riflette e riproduce, a livello istituzionale ed ideologico, le caratteristiche della società borghese dalla quale sorge. Vedremo qui in che maniera questo assunto1 è verificato nella realtà dell'organizzazione scolastica.
Innanzi tutto rileviamo che tratto fondativo della nostra società basata sulla proprietà privata2 dei mezzi di produzione è la divisione del lavoro, secondo la quale vi è una parte di popolazione - la classe dominante - dedita esclusivamente alla gestione ed all'amministrazione, lavoro intellettuale, mentre vi è un altra parte - la maggior parte del proletariato - che è dedita esclusivamente al lavoro manuale. Naturalmente si tratta di un'astrazione3 e vi sono delle eccezioni, ma è innegabile che queste sono le due tendenze sulle quali si polarizza la società intera. Ora, il fatto che chi decide non lavora e chi lavora non decide fa si che il lavoratore sia sempre più alienato4, chi lavora partecipa ad un processo lavorativo che non gli appartiene, come non gli appartiene il frutto del suo lavoro, insomma vive l'intero atto e luogo di lavoro come estraneo e ostile.
A questo va aggiunto che la divisione del lavoro non avviene solo tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, bensì anche tra lavori differenti: chi svolge una funzione svolge quella e basta, è assolutamente estraniato dalla globalità del processo produttivo. Per quanto sia impossibile conoscere tutto di tutto, è altrettanto vero che è estremamente limitante (alienante) essere impiegato in una singola mansione e non avere idea di tutto ciò che avviene intorno, svolgere una singola fase del processo produttivo senza essere nella condizione di comprenderlo nella sua globalità.
Insomma la società attuale si fonda sulla proprietà privata dei mezzi di produzione per questo chi lavora partecipa solo al particolare settore della produzione nel qual è impegnato, non decide nulla bensì subisce le decisioni dei proprietari, passivamente (…almeno fino a che non si muove in direzione rivoluzionaria uscendo così dalla passività!). Ma in che maniera riscontriamo tutto ciò nella scuola?
Innanzi tutto è evidente che la scuola, luogo di formazione, è completamente distaccata dal mondo della produzione, non partecipa assolutamente alla produzione reale, è un isola praticamente senza contatti con l'esterno, anche quando i ragazzi vanno a fare degli stage nel mondo del lavoro si tratta sempre di mansioni dequalificanti, nelle quali si impara ben poco né si affrontano realmente i problemi della produzione reale. Vediamo poi che la stessa organizzazione classica della lezione vede l'insegnante come elemento attivo che trasmette il sapere e gli alunni come soggetti passivi con l'incarico di ingoiare quante più nozioni è possibile. Vediamo nella nostra esperienza scolastica come il modello dell'impresa capitalista abbia plasmato a sua immagine e somiglianza (e non poteva essere diversamente!) il modello della scuola capitalista: uno dirige, gli altri eseguono, i due poli della società.
Altro elemento che salta immediatamente agli occhi è la frammentazione del sapere e della conoscenza (sapere che in realtà è unico come unico è l'individuo che scopre il mondo nelle sue multiformi espressioni) in discipline che non comunicano tra di loro: italiano, matematica, diritto, chimica...sono mondi a se stanti, come sono mondi a se stanti le differente branche della produzione, è assolutamente assente un idea unitaria della conoscenza dei fenomeni del mondo come nella società è assolutamente ancora distante la possibilità di affrontare i problemi umani e ambientali come problemi di un unico grande sistema, ormai da tempo in crisi. Per concludere osserviamo come nella scuola tenda a prevalere l'individualismo e la ricerca della migliore prestazione individuale (meritocrazia), riflesso della concorrenza che i lavoratori si fanno tra loro nel luogo di lavoro, e vediamo come sia evidente che chi viene da famiglie agiate abbia migliaia di possibilità in più rispetto a chi proviene da famiglie proletarie. La scuola svolge, infine, anche un altra funzione fondamentale: il disciplinamento delle nuove generazioni... Ma a questo sarà il prossimo argomento che tratteremo.
Lotus

Non volgiamo qui asserire che tutti gli insegnanti siano in malafede, ohibò, asseriamo solo che una legge economica determinata li costringe ad agire, anche inconsciamente, nell'interesse di chi li paga. Sta in questo la concezione “marxista”del problema della scuola popolare
A. Bordiga, Per l'educazione rivoluzionaria della gioventù operaia, l'Avanguardia, 30 giugno 1912


mercoledì 23 dicembre 2009

Cos'è la scuola?

Elementi introduttivi ad una critica rivoluzionaria dell'istituzione scolastica

(parte prima)



l'educazione è il processo mediante il quale le classi dominanti preparano nella mentalità e nella condotta dei bambini le condizione fondamentali della propria esistenza.”

A. Ponce


In queste righe vogliamo sintetizzare quella che è la critica dei comunisti alla scuola moderna. Per potere criticare la scuola dobbiamo innanzi tutto capire il suo carattere storico, la scuola non è una istituzione che è sempre esistita, né è sempre stata così come la conosciamo noi, la scuola come tutte le istituzioni, è il prodotto di determinate condizioni storiche, economiche e sociali, quella che conosciamo noi è quindi la scuola borghese, sorta dai rapporti borghesi di produzione.

L'idea è questa: in ogni epoca le comunità umane hanno avuto il problema di formare i loro figli al fine di renderli abili a svolgere le funzioni sociali necessarie al riprodursi della comunità medesima. Fino a che gli uomini vivevano in piccole tribù e villaggi, con la proprietà comune dei beni e delle fonti della ricchezza, non vi erano classi sociali e l'educazione avveniva semplicemente attraverso la partecipazione dei fanciulli alla vita del villaggio. Era un educazione integrale e funzionale, nel senso che veniva formata la totalità dell'individuo attraverso la pertecipazione alle varie funzioni necessarie alla vita della comunità di appartenenza. Vi era fondamentalmente uguaglianza di condizione sociale e di educazione per tutti.
Con l'evolversi delle capacità produttive (non è qui il luogo per approfondire i come e i perchè) la società iniziò a scindersi in classi sociali, nello specifico classi dominanti e classi dominate. Nacque così (pensiamo agli antichi egizi o alle società medioevali) l'istruzione differenziata: scienza e conoscenza per chi doveva comandare, ignoranza, o al massimo la conoscenza pratica di un singolo processo produttivo per chi doveva lavorare (e col suo lavoro mantenere anche le classi dominanti).

Facendo un salto storico arriviamo all'ultima società di classe, la nostra, la società borghese.

Le rivoluzioni borghesi (a partire da quella francese del 1789) sono state la conseguenza e il fattore di accelerazione della rivoluzione industriale. La borghesia moderna è la classe che fonda la sua esistenza sfruttando il proletariato attraverso la produzione di merci con macchinari molto sofisticati. L'attestarsi di questa classe come classe dominante ha prodotto una grande modificazione rispetto ai sistemi educativi: 1) gli sfruttati dovevano saper leggere, scrivere e far di conto per poter utilizzare le moderne macchine industriali 2) gli sfruttati dovevano anche avere quel minimo di cultura necessaria a influenzarli ideologicamente per poter loro indurre sempre nuovi bisogni, per poter loro vendere sempre nuove merci 3) avvenendo la produzione in un luogo separato - la fabbrica - e con orari di lavoro così lunghi come mai si erano visti nella storia umana, nasceva il problema di dove parcheggiare i figli dei proletari, visto che a lasciarli in mezzo alla strada o morivano o crescevano così malsani e deboli da non riuscire a sopportare a pieno le fatiche del lavoro. Con la società borghese nasce la scuola di massa.
Ma la nuova cultura avrebbe anche potuto portare gli sfruttati a riflettere criticamente sulla loro condizione di subalternità, ecco perchè la nostra classe dominante ha sempre fatto la massima attenzione a che la scuola trasmettesse - attraverso gli insegnanti pagati dai loro ministeri - agli studenti la mentalità borghese (individualismo, competizione, concorrenza...) il fatto che gli sfruttati subiscano l'ideologia dominante è anche stato garantito dal controllo dei padroni sui mezzi della produzione culturale: giornali, tv, case editrici, etc... Il controllo ideologico è un tassello fondamentale del potere dei padroni.

La scuola borghese è sempre stata - ed oggi più che mai - lontana anni luce dalle esigenze formative dei giovani proletari, lontana anni luce dall'essere un luogo nel quale i ragazzi potessero sviluppare onnilateralmente le proprie capacità, sviluppare la padronanza ed il controllo del mondo che li circonda, anzi, la scuola deve fare proprio il contrario: formare giovani docili ed omologati, disposti a farsi sfruttare senza criticare il sitema nel quale viviamo e le sue logiche. Non potrebbe essere diversamente.

Per questo parliamo di scuola di classe, perchè è una scuola funzionale a mantenere la società di classe che la ha generata.

Per questo parlare di “liberazione per mezzo della cultura”, di “rivoluzione culturale”, di “scuola libera” è un discorso piccolo-borghese, un discorso fatto da chi pensa che sia possibile un mondo migliore nel capitalismo. Per noi, al contrario, il primo passo è criticare la società classista nel suo insieme. Per noi la rivoluzione culturale non può essere separata dalla rivoluzione politica e viceversa. [continua...]

Lotus


Credere [...] che con piccoli ritocchi nella educazione si possa cambiare la società è non solo una speranza assurda, ma socialmente pericolosa: una utopia che risulta, in ultima analisi, reazionaria perchè calma o intiepidisce le inquietudini e le ribellioni con l'illusione che il giorno in cui lo Stato si "autolimiti", il giorno in cui lo Stato si disinteressi graziosamente dell'educazione, questo giorno sarà quello della nascita dell'uomo nuovo. Pretendendo per la scuola un area al di sopra delle classi, la piccola borghesia la consegna di fatto ammanettata alle più oscure forze del passato.


Anibal Ponce, Educazione e lotta di classe, 1936