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sabato 18 dicembre 2010

Da Londra a Roma infiamma la protesta giovanile contro i tagli, contro la crisi


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Riflessioni sul movimento studentesco

Sarebbe riduttivo e stupido affermare che gli scontri sono stati opera solo di black-bloc e/o poliziotti infiltratisi nel corteo. La verità è molto più semplice delle dietrologie pacifiste o di destra che siano: a tre anni e mezzo dall’esplosione della crisi, i giovani si rendono sempre più conto che a loro non è riservato nessun futuro, che saranno loro a pagare i costi di una crisi che non hanno prodotto, che non c’è nessun soggetto politico o sindacale capace di rappresentare le loro istanze. Essendo questa la sensazione generale tra gli studenti, è evidente che quando gli “estremisti” sono arrivati in piazza col chiaro intento di “alzare il livello dello scontro”, in pochi se la sono sentita di affermare che poi avessero tutti i torti, in pochi hanno potuto evitare di constatare che due ore di guerriglia, un centinaio di feriti, ventitré arrestati sono ben poca cosa se confrontati con la violenza che tutti i giorni questo sistema decadente produce in termini di oppressione, precarietà, licenziamenti, disperazione, miseria e guerre; non c’è poi quindi da meravigliarsi se tra questi giovani incazzati una parte si sia spinta fino ad unirsi agli scontri con le “forze dell’ordine”.

Piazza del Popolo ha offerto uno spaccato esatto dello stato politico della gioventù proletaria e piccolo-borghese odierna:

  • L’ala più moderata, in qualche modo legata a realtà istituzionali, ed opportunista (Uniti contro la crisi-disobbedienti) ha ancora un grosso peso, in particolare dal punto di vista organizzativo, sebbene i loro contenuti politici fatti di ridistribuzione del reddito e di compromessi con le forze parlamentari, di anno in anno, si dimostrano sempre più parole al vento.
  • La grande massa degli studenti completamente allo sbando, privi di un legame con le tradizioni politiche del passato, incapaci di costruirsi una propria identità, intimamente spaventati per un futuro che appare sempre più nero.
  • La componente classista nel movimento è estremamente minoritaria e molto spesso non ha il coraggio di esprimersi. Inoltre, molti ragazzi e gruppi organizzati, pur avendo una base di per sé classista, spesso la reprimono nella pratica politica quotidiana, adattandosi alla situazione anziché cercare di spingere per una crescita in senso classista della protesta. Salutiamo con piacere il tentativo di alcuni studenti di uscire dall’ambito studentista, di cercare sponda e interesse nelle realtà del lavoro. L’auspicio è che questi pochi episodi si generalizzino e maturino ancora di più in senso classista.
  • Le frange dell’“estremismo di sinistra» italiano, composte da ex-neo-vetero-post-autonomi, qualche ultrà, pochi stalinisti e anarchici. Questi — sebbene più avvezzi a ragionare in termini di classe ed anticapitalisti — hanno dimostrato, ancora e per forza di cose, la loro incapacità a sviluppare una coerente analisi del presente e, sopratutto, ad avanzare un credibile progetto per il superamento rivoluzionario del capitalismo.

E’ in particolare quest’ultima area che il 14 si è imposta e, attraverso l’unica modalità di praticare il conflitto e la piazza che conosce, ha cercato di dare il suo contributo alla “ripresa della conflittualità antagonista” in Italia.

Ferma restando la solidarietà incondizionata che rivolgiamo ai ventitré arrestati e ai ragazzi feriti, ci teniamo a sviluppare alcune riflessioni utili all’ulteriore e positivo sviluppo del movimento di opposizione ai tagli e alla crisi.

  • Le parole d’ordine che in prevalenza il movimento esprime sono inadeguate: non basta essere contro Berlusconi e i suoi ministri, contro le forze della repressione borghese e contro la polizia. Il problema è molto più ampio. Ciò che le piazze dovrebbero esprimere è la necessità che il conflitto si estenda innanzi tutto nei luoghi di lavoro, fuori e contro la logica sindacale. La prospettiva che il movimento si dovrebbe dare è quella del superamento del capitalismo e delle sue crisi, la prospettiva del comunismo.
  • Serve a poco manifestare davanti al parlamento quando questo è solo il comitato che difende gli interessi della classe dominante: il movimento dovrebbe porsi con maggior forza il problema di andare alle periferie, di coinvolgere i proletari che sono colpiti dalla crisi per sviluppare quella lotta di classe, a partire dai luoghi di lavoro e dal territorio, che sola potrà mettere in discussione il capitalismo e la sua crisi.
  • Non è attraverso la pratica dello scontro di piazza in sé — come dell’anti-fascismo militante — che si innalza il livello di coscienza di classe, bensì denunciando lo sfruttamento, i tagli e la violenza, come unica modalità attraverso la classe dominante risponde ai problemi generati dalla sua crisi.
  • Fino a che non sarà chiara la prospettiva della lotta di classe e della necessità di superare il capitalismo ogni forma di conflitto, compreso lo scontro con le forze dell’ordine borghese, non potrà che collocarsi in un’ottica di riforma del sistema. Dare vita a scontri violenti non significa di per sé essere rivoluzionari, ma può significare anche il solo porsi con mezzi violenti sul terreno della riforma (in veste radicale) del sistema, indipendentemente dalle intenzioni soggettive.
  • La violenza è immanente al sistema, ma una cosa è difendere un corteo, difendere una lotta, essere determinati a raggiungere un obiettivo dal significato politico anticapitalista — e in questo caso la “violenza” della piazza è condivisibile — , un’altra è dare vita a scontri per arrivare… simbolicamente sotto il parlamento.
  • In mancanza dell’intervento attivo dell’avanguardia comunista, la rabbia che ribolle confusa — non da ultimo tra le generazioni più giovani — le generose fiammate di rivolta, sono destinate a essere riassorbite-represse dal sistema, senza poter compiere l’indispensabile salto di qualità in senso anticapitalistico.

Noi comunisti internazionalisti siamo stati e saremo sempre nelle lotte per innalzare il livello della lotta di classe e della coscienza rivoluzionaria dei proletari… fino a che questo infame sistema non sarà superato una volta per tutte.

giovedì 9 dicembre 2010

LOTTA DI CLASSE ANCHE NELL’UNIVERSITÀ

Il presente documento è redatto da giovani internazionalisti, studenti e lavoratori, che ritengono necessario e urgente la maturazione in senso classista del movimento universitario.

Il mondo è nostro! Dobbiamo solo imparare a prendercelo.


  1. Gli studenti non sono una classe: la divisione in classi della società attraversa l’intero mondo studentesco. Gli studenti provenienti da famiglie di lavoratori, tra cui i molti che per mantenersi agli studi lavorano, non sono colpiti dalla riforma allo stesso modo degli studenti provenienti da famiglie borghesi o - genericamente – agiate. I primi subiscono totalmente le conseguenze della riforma e dei tagli: riduzione dei buoni mensa, delle case dello studente, delle borse-lavoro all’interno dell’università, etc., innalzamento delle rate periodiche, riduzione dei mezzi e delle risorse di cui dispone l’università pubblica, generale scadimento della didattica, progressiva difficoltà ad accedere ai percorsi di ricerca, ai dottorati, ai percorsi di abilitazione all’insegnamento. Gli studenti provenienti da famiglie borghesi, pur subendo i medesimi tagli, si distinguono in quanto la superiore disponibilità economica familiare permette loro di neutralizzare in larga parte gli effetti della riforma e dei tagli attivando le loro private risorse o, più semplicemente, grazie alla loro possibilità di scegliere percorsi formativi privati. Per questo, indipendentemente dalla provenienza sociale del singolo studente, la lotta deve essere di classe; ossia deve avere nel proletariato – e negli studenti provenienti da famiglie proletarie – il proprio referente.

  2. Contro i tagli, contro la crisi, contro il Sistema. La lotta contro la riforma è lotta contro i tagli, ovverosia contro una delle conseguenze maggiori della crisi del Sistema. L’opposizione ai tagli e alla riforma deve quindi essere lotta contro il Sistema che ha generato la crisi: il capitalismo. Questo passaggio, sebbene istintivamente avvertito da una parte del movimento, deve diventare sempre più esplicito e cosciente. Un altra cosa va sottolineata: la crisi non è una imprevedibile catastrofe o il riflesso di scelte irresponsabili da parte di politicanti, mercati o organismi internazionali; la crisi è l’inevitabile svolgimento delle contraddizioni del modo di produzione capitalista fondato sullo sfruttamento del lavoro da parte del capitale e sulla ricerca del massimo profitto possibile da parte del capitalismo stesso. Non esiste capitalismo senza crisi. I primi due cicli di accumulazione capitalista si sono risolti con le due guerre mondiali; siamo nella crisi del terzo ciclo: le soluzioni capitaliste sono, ancora, la nuova guerra e la barbarie.

  3. Il Sistema non è riformabile. Inquadrate socialmente, economicamente e storicamente cause e ricadute dei tagli/riforma, dobbiamo affrontare il livello politico nel quale il movimento si sta esprimendo. Va registrato che il piano immediato è quello del rifiuto della riforma, rifiuto accompagnato dalla denuncia di un futuro che viene percepito come negato. Il piano politico si spinge poco oltre, anche se non mancano piattaforme riformiste che vorrebbero rivendicare il ritorno dell’università ad un ruolo “realmente formativo”, che vorrebbero l’università come percorso funzionale all’accesso al mercato del lavoro (in una posizione migliore di quella dell’operaio generico), fino alla bufala che vorrebbe gli investimenti nell’università funzionali alla ripresa della competitività del capitalismo italiano sui mercati internazionali, e quindi ad un’uscita dalla crisi (come se la crisi fosse un problema nazionale e non il logico epilogo di un sistema produttivo giunto storicamente sull’orlo del baratro). Dobbiamo respingere fermamente ogni ipotesi riformista per almeno due motivi essenziali:

1) se nell’epoca storica dello sviluppo del terzo ciclo di accumulazione del capitale (1945 – 1971) è stato possibile, con forti lotte riformatrici, conquistare riforme che hanno migliorato le condizioni di parte della classe proletaria - attraverso la redistribuzione delle briciole dei lauti profitti che la borghesia incassava - oggi, nell’epoca della crisi conclamata del terzo ciclo (1971 - …), ogni riforma è funzionale allo strappare al proletariato le briciole che nei decenni aveva conquistato, a sostenere i saggi di profitto sempre più esigui che la borghesia sta incassando. Ogni riforma volta a migliorare le condizioni della classe sfruttata è oggi impossibile, ogni investimento deve avere una sicura e veloce prospettiva di rientro economico e significa, in ogni caso, l’ulteriore compressione delle condizioni della nostra classe (vedi Germania, dove l’aumento dei finanziamenti all’istruzione è bilanciato dal drastico taglio dei sussidi di disoccupazione e delle forme di sostegno al reddito per le fasce inferiori della società). Non possiamo rivendicare “un'altra riforma”, dobbiamo bensì “respingere i tagli, il peggioramento delle nostre condizioni e il sistema che li ha generati”. 2) Possiamo dire apertamente che con molta difficoltà il movimento riuscirà ad ottenere dei risultati e delle vittorie concrete, ma possiamo affermare con altrettanta sicurezza che la battaglia per “un'altra riforma” è destinata a sconfitta certa, e che la sconfitta porterà rassegnazione e scoramento. Dobbiamo prevenire e combattere la rassegnazione e lo scoramento che minacciano le sorti future del movimento! Per questo dobbiamo affermare che la battaglia di oggi (arrestare la riforma) possiamo vincerla o perderla, ma una sconfitta che lascerà sul campo una aggregazione di studenti determinati a proseguire la lunga e dura lotta contro questa infame e decadente società sarà molto più proficua, per le nostre sorti future, di una vittoria che vedrebbe, ancora!, insinuarsi tra le fila degli studenti il viscido e flaccido morbo dell’illusione riformatrice.

  1. Il sistema di istruzione pubblico riflette le esigenze formative del capitale. Un altro punto va affrontato ed è che la riforma è volta esattamente ad adeguare l’università al mercato del lavoro, ovvero alla disoccupazione di massa, alla precarietà, al lavoro scarsamente qualificato e poco retribuito. É quindi immediatamente evidente come la battaglia universitaria non possa essere isolata dalla generale battaglia proletaria contro i licenziamenti, la precarietà, i tagli ed il generale peggioramento delle condizioni di lavoro. È assurdo e ridicolo voler risolvere il futuro problema occupazionale degli odierni studenti pretendendo corsi che preparino realmente al mondo del lavoro, quando è, al contrario, la crisi di saturazione del mercato del lavoro - rispetto alle esigenze di valorizzazione del capitale - che ha spinto verso una significativa dequalificazione e impoverimento dei corsi universitari.

  2. Non siamo più negli anni ‘60. Negli anni ‘60 e ‘70 quando “anche l’operaio vuole il figlio dottore”, la società ha bisogno di nuovi quadri intermedi e, anche attraverso la contestazione del 1968, la piccola e media borghesia ottiene un’apertura agevolata delle università ai suoi figli. La società ancora in espansione può garantire un minimo di mobilità sociale e se ne giovano anche non pochi giovani provenienti dalle famiglie operaie. Nel corso degli anni ‘80 e ‘90 questa tendenza si inverte sotto la spinta delle modifiche strutturali conseguenti all’apertura della crisi e portatrice della precarizzazione del mercato del lavoro. Ecco che oggi l’università pubblica risponde alle nuove esigenze del mercato del lavoro con il suo progressivo depotenziamento, a tutto vantaggio delle università private dove i figli della borghesia possono tranquillamente accedere e continuare a formarsi. Tutto questo non significa che lottare è inutile, al contrario! La lotta è oggi tanto necessaria quanto è necessario inquadrarne correttamente i termini, le condizioni e gli obiettivi, al fine di uscire sempre più forti, e non più deboli, da ogni ciclo di battaglie.

  3. La pratica dell’assemblea. Se è vero che la rivoluzione non è un problema di forme di organizzazione, è altrettanto vero che 30 anni di più o meno continua e assordante pace sociale ci hanno fatto dimenticare anche le più elementari forme di organizzazione e comunicazione proprie delle lotte del movimento operaio. Tra tutte, quella che riteniamo centrale oggi è l’assemblea di piazza: i contenuti della lotta, le forme della mobilitazione, le modalità del conflitto devono essere discussi apertamente, al megafono, davanti a tutti. La pratica dell’assemblea, oltre ad essere un essenziale esercizio volto a riappropriarsi del potere del linguaggio e del confronto (e con essi del potere della riflessione critica e aperta), è anche una pratica che restituisce la leadership alla piazza sul movimento: è la piazza il cuore pulsante del movimento, il luogo dove le idee si devono incontrare e scontrare al fine di selezionare quelle più valide a dirigere il movimento stesso. La pratica dell’assemblea è uno strumento volto a delegittimare la gestione del conflitto da parte dei soliti leaderini autonominati. Questi infatti sono più preoccupati dalla visibilità mediatica del movimento, la quale nessun danno arreca al capitale, che dall’impatto concreto che questo movimento può avere a livello di danno al profitto, come attraverso il blocco merci e/o il coinvolgimento di altri proletari appoggiandone le lotte sui luoghi di lavoro. Ovunque sia possibile, è l’assemblea aperta, con interventi cronometrati e facoltà di contestazione, che ha il dovere di essere il luogo dove le idee di direzione della lotta si confrontano e si selezionano.

  4. O gli universitari saldano la loro lotta con quella dei lavoratori o sono condannati a sconfitta sicura. La crisi è più grande di qualsiasi movimento studentesco, ma è più piccola della carica sovversiva, sebbene ancora solo potenziale, insita nell’esistenza stessa della classe proletaria. Gli studenti si giocano la possibilità di sviluppare ulteriormente il movimento sulla loro possibilità di essere parte e stimolo del/per la classe lavoratrice. Sia detto chiaramente: i lavoratori sono attualmente frammentati, soffocati dalla cappa e dal disorientamento prodotto dai sindacati (grandi e piccoli), sottoposti a gravi ricatti, demoralizzati da decenni di sconfitte (ancora grazie ai sindacati, tutti!), privi di punti di riferimento, incapaci di riconoscersi come classe. Eppure è là che riposa il potenziale capace di arrestare questa riforma, questi tagli, questa crisi, questo sistema! Il proletariato è quello che produce e fa muovere ogni cosa che ci circonda, è questo il gigante che si deve svegliare e che può rappresentare la forza materiale capace non solo di arrestare i tagli, le riforme, le guerre che questo sistema produce, bensì di sovvertire il sistema medesimo ed il suo portato di miseria, guerra e morte.

  5. Gli universitari devono sostenere il protagonismo proletario. Gli studenti hanno oggi la possibilità di svolgere una funzione storica essenziale per il risveglio della classe lavoratrice. Lo dicano chiaramente nei cortei, con gli striscioni, nei quartieri, davanti alle fabbriche, agli uffici, ai luoghi di lavoro, alle agenzie interinali, ai call-center...: “Noi studenti abbiamo iniziato a mobilitarci, ma senza i lavoratori il nostro movimento è nulla. Dobbiamo lottare uniti contro la crisi, per il nostro futuro, per la di fesa dei nostri comuni interessi, in quanto appartenenti alla stessa classe sociale: il proletariato! I lavoratori si sveglino, rompano i lacci legali e sindacali che li tengono incatenati, si scuotano dal torpore ed inizino a lottare veramente! Troverete in noi studenti un alleato pronto e determinato”. Si invochi lo SCIOPERO GENERALE AD OLTRANZA come prima rivendicazione in ogni corteo, assemblea, mobilitazione. Se gli studenti si isolano nelle univesità hanno perso; se gli studenti riescono ad avere un ruolo di stimolo e collegamento per i lavoratori allora il potere dei padroni avrà motivi per iniziare a tremare. Il terreno di convergenza è la lotta proletaria “contro i tagli, contro la crisi, contro il sistema che la ha generata”.

  6. Alle periferie! Anche per questo è importante che il movimento cominci ad andare alle periferie, bisogna iniziare a dialogare con chi sta subendo più degli altri le conseguenze della crisi economica: i proletari delle periferie. Se il centro cittadino è ormai la cittadella dei padroni e dei loro palazzi-simbolo (Montecitorio...), sono le periferie il nostro referente naturale, i luoghi dove vivono gli appartenenti alla nostra stessa classe, i luoghi dove la presenza criticamente stimolante, sovversiva e assembleare degli studenti può fare più paura. La presenza degli studenti proletari nelle periferie e davanti ai luoghi di lavoro fa paura ai padroni a causa della sensibilità delle periferie e dei lavoratori ai temi dei tagli, della crisi etc... i proletari di periferia sono abbandonati a loro stessi, privi di risposta politica ai loro problemi, è qui che gli studenti possono svolgere quel ruolo di collegamento, stimolo, unione, radicalizzazione delle lotte proletarie che, in parte, è già stato loro negli anni ‘70. Naturalmente per realizzare questo gli studenti devono iniziare a muoversi come proletari contro il sistema, e non più come studenti per l’università pubblica.

  7. Noi siamo il futuro! Diceva, giustamente, Marx nel Manifesto del partito comunista “Ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente. Il vero e proprio risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l'unione degli operai si estende sempre più. [...] Questa organizzazione dei proletari in classe e quindi in partito politico torna ad essere spezzata ogni momento dalla concorrenza fra gli operai stessi. Ma risorge sempre di nuovo, più forte, più salda, più potente.Il più grande risultato al quale una lotta può aspirare, e noi con essa, è la crescita della compagine organizzata intorno al programma comunista che in essa si esprime: la progressiva organizzazione del proletariato in classe, ovvero in partito politico. I proletari dell’università devono e possono avere un ruolo di punta in questo processo! La progressiva organizzazione dei proletari in partito di classe è al contempo il più alto risultato che la lotta universitaria può perseguire e la premessa necessaria al fine di superare la crisi del capitalismo. L’unica alternativa alla crisi e alla guerra è, infatti, il socialismo. Noi siamo il futuro: avanti!

Lavoratori e studenti internazionalisti

amicidispartaco@email.it

www.internazionalisti.it

lunedì 18 maggio 2009

Solo la rabbia operaia può rigenerare questo nostro mondo malato di profitto

Sabato 16 maggio, al corteo operaio per l’occupazione e il futuro dei lavoratori Fiat, è esplosa la rabbia degli operai di Pomigliano e Nola; questi ultimi sono stati messi, dopo una dura lotta censurata dai mezzi di informazione, con un accordo siglato da Fiat e sindacati confederali, in un reparto confino nel maggio 2008. Oggi la situazione è peggiorata ed è tutto lo stabilimento di Pomigliano ad essere in pericolo di chiusura a causa della crisi del settore auto e della mega operazione di ristrutturazione di Marchionne & Co. Oggi tutti gli operai Fiat e dell’indotto Fiat sono senza garanzie per il loro futuro lavorativo, così come sono tremendamente più incerte le prospettive future della classe operaia italiana e mondiale.

Al grido “venduti” e “il potere deve essere operaio” un folto gruppo di operai, che si sono radunati intorno al camioncino dello Slai-Cobas, hanno preteso che fossero finalmente degli operai e non dei burocrati a parlare dal palco di un corteo operaio.

Noi, come lavoratori di Battaglia comunista, ci siamo aggregati alla contestazione e le abbiamo dato il senso e il peso che meritava. Al di là degli energici battibecchi — la lotta di classe non è un pranzo di gala — abbiamo plaudito agli interventi degli operai di Nola e Pomigliano, che hanno giustamente richiamato l’internazionalismo operaio contro la guerra tra poveri che si vorrebbe innescare tra operai italiani, tedeschi e statunitensi (nel caso Fiat) per il posto di lavoro. Infatti, dato che il capitalismo è sempre più internazionale, la risposta operaia alla sua crisi lo deve essere altrettanto. A maggior ragione non deve esserci divisione tra gli operai dei diversi stabilimenti Fiat in Italia. Indichiamo dunque a tutti gli operai — e soprattutto a quelli di Mirafiori — la via della solidarietà con i colleghi di Nola e Pomigliano.

Allo stesso tempo, invitiamo a non dimenticare che sono stati i vertici dei sindacati confederali e i loro cugini fiommini a firmare i contratti peggiorativi delle diverse categorie operaie, a permettere l’introduzione dei contratti precari, a dividere e togliere forza alla classe operaia con scioperi inutili, programmati settimane prima, con la concertazione; dobbiamo ricordare che sono stati sempre loro a rubarci le pensioni, a non far niente contro l’aumento dei carichi di lavoro e dei ritmi che sono la vera causa delle morti sul lavoro sull’altare del profitto padronale. Insomma, se davvero vogliamo difenderci dagli attacchi di un padronato sempre più incattivito dalla crisi, le burocrazie sindacali che ci controllano per contro dei padroni devono essere spazzate via, perché sono il primo ostacolo che gli operai in lotta si trovano e si troveranno davanti; poco importa se la cacciata dei burocrati dal palco davanti al Lingotto sia stata programmata o no, questa c’è stata ed era ora!

Adesso però gli operai, da Torino a Pomigliano, devono superare i sindacati tutti, quelli confederali, venduti, e anche quelli di base: oggettivamente armi spuntate, quando va bene. Gli operai devono prendere la parola nelle assemblee, devono essere protagonisti delle loro lotte, devono solidarizzare al di là delle differenze sindacali, geografiche e di settore per combattere cassintegrazioni e licenziamenti. I lavoratori più combattivi, meno rassegnati, devono cercare di superare l’immobilismo sindacale e, soprattutto se partono lotte vere, dal basso, dovrebbero tentare di collegare tra di loro le diverse esperienze.

Se gli scioperi sono più difficili da fare, perché c’è troppa fame di salario, a maggior ragione è arrivato il momento per gli operai e per tutti i salariati di cominciare a porsi la questione del potere: i padroni non sono necessari, anzi, la produzione per i bisogni umani andrebbe avanti meglio senza di loro; i sindacati non sono indispensabili, le lotte vere si fanno senza sindacato. Gli operai dell’INNSE di Milano che hanno autogestito per più di tre mesi la loro azienda in chiusura senza l’appoggio del loro sindacato di appartenenza (la Fiom) e continuano a presidiarla dagli attacchi del padrone e della polizia sono un piccolo ma eroico esempio di determinazione da seguire.

Però, bisogna andare oltre, dobbiamo difenderci oggi dagli attacchi padronali, per sbarazzarci domani di questo marcio sistema economico e sociale che non ha più niente da offrire se non fame e miseria e guerre, qui come altrove. Ma per unificare politicamente le spinte provenienti dai diversi settori della classe verso questo gigantesco obiettivo c’è bisogno del partito rivoluzionario. Un partito che, avendo da sempre fatto i conti con le aberrazioni dello stalinismo e del cosiddetto socialismo reale, possa costituire l’indispensabile guida politica verso una società finalmente umana.

Battaglia comunista – www.internazionalisti.it

lunedì 27 aprile 2009

Gli ideali pedagogici non sono creazioni artificiali

Il concetto dell'evoluzione storica come risultato delle lotte di classe ci ha mostrato, in effetti, che l'educazione è il processo mediante il quale le classi dominanti preparano nella mentalità e nella condotta dei bambini le condizione fondamentali della propria esistenza.
[...] Gli ideali pedagogici non sono creazioni artificiali che un pensatore scopre nella solitudine e che cerca di imporre poi poichè le crede giuste. Formulazioni necesarie delle classi che lottano, questi ideali non sono capaci di trasformare la società se non dopo che la classe che li ispira ha trionfato ed abbattuto le classi rivali. La classe che domina materialmente è quella che domina anche con la sua morale, la sua educazione, le sue idee. Nessuna riforma pedagogica fondamentale puà imporsi prima del trionfo della classe rivoluzionaria che la rivendica, e se qualche volta sembra che non sia così è perchè la parola dei teorici nasconde, volontariamente o no, le esigenze della classe che rappresentano.

Anibal Ponce, Educazione e lotta di classe, 1936


sabato 25 aprile 2009

Perché non siamo nel baraccone antifascista

Stiamo tornando nel clima storico che abbiamo dolorosamente vissuto e nel quale la lotta politica era ridotta all’urto tra fascismo e antifascismo, che polarizzava i partiti e le rispettive masse in due fronti solo apparentemente contrapposti.

Allora, dagli anni Venti in poi, solo [gli internazionalisti misero] in evidenza l’imbroglio e i falsi scopi ideologici e politici che si nascondevano dietro questo binomio fascismo-antifascismo, e indicò come sola cosa valida la continuazione di una strategia di classe tanto sul fronte della lotta operaia come su quello della guerra imperialista.

L’esperienza fatta in questi ultimi decenni ha dimostrato chiaramente come fascismo e antifascismo altro non sono che due escrescenze sociali e politiche del capitalismo, venute fuori dalla sua matrice storica, e nel quale e per il quale entrambi hanno operato, anche se l’uno in senso regressivo di destra e l’altro in senso progressivo di sinistra; regressivo e progressivo che si sono dimostrati, nei momenti più difficili del sistema, i due ingredienti utili e indispensabili ad una saggia politica di conservazione del sistema.

[...] La crisi monetaria, la crisi del profitto, l’inflazione e la disoccupazione hanno [...] colpito e ridimensionato in modo particolare il settore vasto ed asfittico delle medie e piccole aziende, mettendo in movimento strati considerevoli della media e piccola borghesia. Sono le categorie sociali situate tra il capitalismo e il proletariato, continuamente sballottate tra questi due poli opposti e perciò instabili e insofferenti, prive di una propria base economica, dedite ad attività di natura prevalentemente parassitaria e disposte quindi ad offrirsi ora alle iniziative più avventate sotto il segno del mito della violenza come negli anni del Ventennio, ed ora al mito della potenza dei numeri e dei voti per la conquista di una maggioranza elettorale democratica nel parlamento e nel governo, che costituisce l’aspirazione limite del partito di Amendola e di Berlinguer. L’accaparramento organizzativo di queste forze sociali è oggi l’obiettivo massimo e immediato di tutti i partiti dell’arco cosiddetto costituzionale e delle stesse frange dei gruppi extraparlamentari.

[...] Che sulla linea della lotta rivoluzionaria [gli internazionalisti] si trovino ancora soli o quasi, è la prova di una continuità conseguente al marxismo che vuole che la lotta contro il fascismo non sia un espediente tattico di difesa democratica e di conquista di voti (il M.S.I. non è forse un partito dell’arco costituzionale?) ma colpisca nel cuore il capitalismo che lo ha generato.

Onorato Damen, Battaglia comunista n. 10 — maggio 1973

lunedì 6 aprile 2009

appunti sulla formazione al mammut

  • Berger: la libertà è sempre unio spazio di libertà.
  • Il bambino di 3 anni ha bisogno di abitudine, di familiarizzare con la struttura dell'ambiente: più gli diamo struttura più loro sono liberi di creare, a partire dalla struttura che gli abbiamo dato. I bambini sono capaci di interiorizzare l'ambiente e come questo deve funzionare.
  • Il consiglio è di privilegiare le situazioni di incontro in piccolo. In particolare i bambini piccoli, in una sfera piccola, possono sentirsi padroni. Tra loro si relazionano come se fossero sempre sotto delle piccole cupolette. La ludoteca è un luogo che propone tante relazioni individuali o di piccolo gruppo.
  • La misura della liberta cresce col crescere della relazione. E' necessario, in vista della gestione dei piccoli spazi/angoli laboratoriali ma non solo - che da subito l'operatore faccia un grande sforzo per creare il rapporto individuale. Il tutto funziona se si svolge all'interno di regole condivise, se ogni momento ha le sue regole, chiare per tutti, alle quali riferirsi. In questo modo la libertà diventa la responsabilità condivisa.
  • Spesso ai ragazzi diamo spazi piatti e monotoni. Andrebbero piuttosto incrementati i dislivelli ed i punti di incertezza (anche vista la fase storica). Si tratta di contrapporre alla pianificazione che tiene tutto sotto controllo la complessità e l'incertezza. I bambini la hanno persa la dimensione dell'incertezza! Senza di questa non possono però accedere alla consapevolezza del desiderio.
  • I maschietti giocano poco con le bambole perchè sono pochi i padri che svolgono, in casa, le funzioni genitoriali.
Regole base:
Chi prende mette a posto
Chi usa cura
Chi rompe si preoccupa di aggiustare

  • Riflessione conclusiva sui manufatti: il manufatto deve rispecchiare l'essere reale dei bambini, è l'esatto opposto della menzogna collettiva dei lavoretti: Non dobbiamo mentire ai genitori. Il nostro terreno è la quotidianità. Dobbiamo insegnare ai genitori ad inserire nelle loro case spazi di libertà per i figli.

Chiosa critica: da questi appunti emerge con chiarezza l'affascinosità del punto di vista proposto, (Educazione attiva) così come il suo limite, che consiste nell'isolare l'individuo dal corpo sociale, nel non inserirlo nella dinamica di una società attraversata da una profonda frattura di classe, di non estendere l'orizzonte educativo nella ricerca degli interessi delle classi sfruttate, nella denuncia del loro sfruttamento. In questo modo l'uomo che viene educato è sempre l'uomo borghese, mai il proletario cosciente che per ribellarsi alla sua condizione e per ricostituire l'unità della propria umanità è necessario intraprendere e partecipare il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti.

Lotus


lunedì 30 marzo 2009

L'educazione non è mai "apolitica"

Sono convinto che mai come oggi l'educatore progressista debba stare all'erta nei confronti della scaltrezza con cui l'ideologia dominante insinua la neutralità dell'educazione. Da questo punto di vista - che è reazionario - lo spazio pedagogico, neutrale per eccellenza, è quello in cui gli alunni vengono addestrati a pratiche apolitiche, come se il modo in cui gli uomini stanno nel mondo fosse o potesse essere un modo neutrale.

. . .

E' nell'intezionalità dell'educazione - questa vocazione che essa ha come azione specificamente umana, di "indirizzarsi" verso sogni, ideali, utopie e obiettivi - che si trova quella che ho definito la natura politica dell'educazione. La qualità di essere politica che è inerente alla sua natura. In realtà, la neutralità dell'educazione è impossibile. Ed è impossibile non perchè lo decidono insegnanti "facinorosi" e "sovversivi". L'educazione non diventa politica perchè lo decide questo o quell'educatore. Essa è politica. Chi pensa invece che sia per colpa di questo o quell'educatore, più o meno attivista o qualcos'altro, che l'educazione diventa politica, non riesce a nascondere la sua visione dispregiativa della politica. Poichè - è la loro convinzione - è nella misura in cui l'educazione viene deturpata e svilita dall'azione di "facinorosi" che smette di essere vera educazione e passa ad essere politica, qualcosa senza valore. La radice più profonda del fatto che l'educazione è politica, si ritrova nell'educabilità stessa dell'essere umano, che si fonda sulla sua natura incompiuta, di cui ha preso coscienza. Incompiuto e cosciente della sua incompiutezza, immerso nella storia, l'essere umano si trasforma necessariamente in un essere etico, in un essere che opera delle scelte e prende delle decisioni. Un essere legato a interessi, in relazione ai quali può mantenersi fedele all'eticità oppure trasgredirla. E' proprio per il fatto di essere divenuti etici, che si è creata per noi la possibilità, come ho già detto, di violare l'etica.

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Che altro è la mia neutralità se non la maniera comoda forse, ma certo ipocrita, di nascondere la mia scelta o la mio paura di accusare l'ingiustizia? "Lavarsene la mani" di fronte all'oppressione è rafforzare il potere dell'oppressore, è operare una scelta a sua favore. Come posso essere neutrale di fronte alla stituazione, non importa quale, in cui il corpo delle donne e degli uomini diventa puramente un oggetto di spoliazione e di indifferenza?


Paulo Freire, Pedagogia dell'autonomia, 1996


Ribellione e rivoluzione

Una delle questioni centrali con cui abbiamo a che fare è quella di far diventare le posizioni ribelli posizione rivoluzionarie che ci impegnino nel processo radicale di trasformazione del mondo. La ribellione è un punto di partenza indispensabile, è la deflagrazione della giusta collera, ma non è sufficiente. La ribellione come denuncia deve estendersi fino ed assumere una posizione più radicale e critica, quella rivoluzionaria, che è fondamentalmente propositiva.

Paulo Freire, La pedagogia dell'autonomia, 1996