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giovedì 9 dicembre 2010

LOTTA DI CLASSE ANCHE NELL’UNIVERSITÀ

Il presente documento è redatto da giovani internazionalisti, studenti e lavoratori, che ritengono necessario e urgente la maturazione in senso classista del movimento universitario.

Il mondo è nostro! Dobbiamo solo imparare a prendercelo.


  1. Gli studenti non sono una classe: la divisione in classi della società attraversa l’intero mondo studentesco. Gli studenti provenienti da famiglie di lavoratori, tra cui i molti che per mantenersi agli studi lavorano, non sono colpiti dalla riforma allo stesso modo degli studenti provenienti da famiglie borghesi o - genericamente – agiate. I primi subiscono totalmente le conseguenze della riforma e dei tagli: riduzione dei buoni mensa, delle case dello studente, delle borse-lavoro all’interno dell’università, etc., innalzamento delle rate periodiche, riduzione dei mezzi e delle risorse di cui dispone l’università pubblica, generale scadimento della didattica, progressiva difficoltà ad accedere ai percorsi di ricerca, ai dottorati, ai percorsi di abilitazione all’insegnamento. Gli studenti provenienti da famiglie borghesi, pur subendo i medesimi tagli, si distinguono in quanto la superiore disponibilità economica familiare permette loro di neutralizzare in larga parte gli effetti della riforma e dei tagli attivando le loro private risorse o, più semplicemente, grazie alla loro possibilità di scegliere percorsi formativi privati. Per questo, indipendentemente dalla provenienza sociale del singolo studente, la lotta deve essere di classe; ossia deve avere nel proletariato – e negli studenti provenienti da famiglie proletarie – il proprio referente.

  2. Contro i tagli, contro la crisi, contro il Sistema. La lotta contro la riforma è lotta contro i tagli, ovverosia contro una delle conseguenze maggiori della crisi del Sistema. L’opposizione ai tagli e alla riforma deve quindi essere lotta contro il Sistema che ha generato la crisi: il capitalismo. Questo passaggio, sebbene istintivamente avvertito da una parte del movimento, deve diventare sempre più esplicito e cosciente. Un altra cosa va sottolineata: la crisi non è una imprevedibile catastrofe o il riflesso di scelte irresponsabili da parte di politicanti, mercati o organismi internazionali; la crisi è l’inevitabile svolgimento delle contraddizioni del modo di produzione capitalista fondato sullo sfruttamento del lavoro da parte del capitale e sulla ricerca del massimo profitto possibile da parte del capitalismo stesso. Non esiste capitalismo senza crisi. I primi due cicli di accumulazione capitalista si sono risolti con le due guerre mondiali; siamo nella crisi del terzo ciclo: le soluzioni capitaliste sono, ancora, la nuova guerra e la barbarie.

  3. Il Sistema non è riformabile. Inquadrate socialmente, economicamente e storicamente cause e ricadute dei tagli/riforma, dobbiamo affrontare il livello politico nel quale il movimento si sta esprimendo. Va registrato che il piano immediato è quello del rifiuto della riforma, rifiuto accompagnato dalla denuncia di un futuro che viene percepito come negato. Il piano politico si spinge poco oltre, anche se non mancano piattaforme riformiste che vorrebbero rivendicare il ritorno dell’università ad un ruolo “realmente formativo”, che vorrebbero l’università come percorso funzionale all’accesso al mercato del lavoro (in una posizione migliore di quella dell’operaio generico), fino alla bufala che vorrebbe gli investimenti nell’università funzionali alla ripresa della competitività del capitalismo italiano sui mercati internazionali, e quindi ad un’uscita dalla crisi (come se la crisi fosse un problema nazionale e non il logico epilogo di un sistema produttivo giunto storicamente sull’orlo del baratro). Dobbiamo respingere fermamente ogni ipotesi riformista per almeno due motivi essenziali:

1) se nell’epoca storica dello sviluppo del terzo ciclo di accumulazione del capitale (1945 – 1971) è stato possibile, con forti lotte riformatrici, conquistare riforme che hanno migliorato le condizioni di parte della classe proletaria - attraverso la redistribuzione delle briciole dei lauti profitti che la borghesia incassava - oggi, nell’epoca della crisi conclamata del terzo ciclo (1971 - …), ogni riforma è funzionale allo strappare al proletariato le briciole che nei decenni aveva conquistato, a sostenere i saggi di profitto sempre più esigui che la borghesia sta incassando. Ogni riforma volta a migliorare le condizioni della classe sfruttata è oggi impossibile, ogni investimento deve avere una sicura e veloce prospettiva di rientro economico e significa, in ogni caso, l’ulteriore compressione delle condizioni della nostra classe (vedi Germania, dove l’aumento dei finanziamenti all’istruzione è bilanciato dal drastico taglio dei sussidi di disoccupazione e delle forme di sostegno al reddito per le fasce inferiori della società). Non possiamo rivendicare “un'altra riforma”, dobbiamo bensì “respingere i tagli, il peggioramento delle nostre condizioni e il sistema che li ha generati”. 2) Possiamo dire apertamente che con molta difficoltà il movimento riuscirà ad ottenere dei risultati e delle vittorie concrete, ma possiamo affermare con altrettanta sicurezza che la battaglia per “un'altra riforma” è destinata a sconfitta certa, e che la sconfitta porterà rassegnazione e scoramento. Dobbiamo prevenire e combattere la rassegnazione e lo scoramento che minacciano le sorti future del movimento! Per questo dobbiamo affermare che la battaglia di oggi (arrestare la riforma) possiamo vincerla o perderla, ma una sconfitta che lascerà sul campo una aggregazione di studenti determinati a proseguire la lunga e dura lotta contro questa infame e decadente società sarà molto più proficua, per le nostre sorti future, di una vittoria che vedrebbe, ancora!, insinuarsi tra le fila degli studenti il viscido e flaccido morbo dell’illusione riformatrice.

  1. Il sistema di istruzione pubblico riflette le esigenze formative del capitale. Un altro punto va affrontato ed è che la riforma è volta esattamente ad adeguare l’università al mercato del lavoro, ovvero alla disoccupazione di massa, alla precarietà, al lavoro scarsamente qualificato e poco retribuito. É quindi immediatamente evidente come la battaglia universitaria non possa essere isolata dalla generale battaglia proletaria contro i licenziamenti, la precarietà, i tagli ed il generale peggioramento delle condizioni di lavoro. È assurdo e ridicolo voler risolvere il futuro problema occupazionale degli odierni studenti pretendendo corsi che preparino realmente al mondo del lavoro, quando è, al contrario, la crisi di saturazione del mercato del lavoro - rispetto alle esigenze di valorizzazione del capitale - che ha spinto verso una significativa dequalificazione e impoverimento dei corsi universitari.

  2. Non siamo più negli anni ‘60. Negli anni ‘60 e ‘70 quando “anche l’operaio vuole il figlio dottore”, la società ha bisogno di nuovi quadri intermedi e, anche attraverso la contestazione del 1968, la piccola e media borghesia ottiene un’apertura agevolata delle università ai suoi figli. La società ancora in espansione può garantire un minimo di mobilità sociale e se ne giovano anche non pochi giovani provenienti dalle famiglie operaie. Nel corso degli anni ‘80 e ‘90 questa tendenza si inverte sotto la spinta delle modifiche strutturali conseguenti all’apertura della crisi e portatrice della precarizzazione del mercato del lavoro. Ecco che oggi l’università pubblica risponde alle nuove esigenze del mercato del lavoro con il suo progressivo depotenziamento, a tutto vantaggio delle università private dove i figli della borghesia possono tranquillamente accedere e continuare a formarsi. Tutto questo non significa che lottare è inutile, al contrario! La lotta è oggi tanto necessaria quanto è necessario inquadrarne correttamente i termini, le condizioni e gli obiettivi, al fine di uscire sempre più forti, e non più deboli, da ogni ciclo di battaglie.

  3. La pratica dell’assemblea. Se è vero che la rivoluzione non è un problema di forme di organizzazione, è altrettanto vero che 30 anni di più o meno continua e assordante pace sociale ci hanno fatto dimenticare anche le più elementari forme di organizzazione e comunicazione proprie delle lotte del movimento operaio. Tra tutte, quella che riteniamo centrale oggi è l’assemblea di piazza: i contenuti della lotta, le forme della mobilitazione, le modalità del conflitto devono essere discussi apertamente, al megafono, davanti a tutti. La pratica dell’assemblea, oltre ad essere un essenziale esercizio volto a riappropriarsi del potere del linguaggio e del confronto (e con essi del potere della riflessione critica e aperta), è anche una pratica che restituisce la leadership alla piazza sul movimento: è la piazza il cuore pulsante del movimento, il luogo dove le idee si devono incontrare e scontrare al fine di selezionare quelle più valide a dirigere il movimento stesso. La pratica dell’assemblea è uno strumento volto a delegittimare la gestione del conflitto da parte dei soliti leaderini autonominati. Questi infatti sono più preoccupati dalla visibilità mediatica del movimento, la quale nessun danno arreca al capitale, che dall’impatto concreto che questo movimento può avere a livello di danno al profitto, come attraverso il blocco merci e/o il coinvolgimento di altri proletari appoggiandone le lotte sui luoghi di lavoro. Ovunque sia possibile, è l’assemblea aperta, con interventi cronometrati e facoltà di contestazione, che ha il dovere di essere il luogo dove le idee di direzione della lotta si confrontano e si selezionano.

  4. O gli universitari saldano la loro lotta con quella dei lavoratori o sono condannati a sconfitta sicura. La crisi è più grande di qualsiasi movimento studentesco, ma è più piccola della carica sovversiva, sebbene ancora solo potenziale, insita nell’esistenza stessa della classe proletaria. Gli studenti si giocano la possibilità di sviluppare ulteriormente il movimento sulla loro possibilità di essere parte e stimolo del/per la classe lavoratrice. Sia detto chiaramente: i lavoratori sono attualmente frammentati, soffocati dalla cappa e dal disorientamento prodotto dai sindacati (grandi e piccoli), sottoposti a gravi ricatti, demoralizzati da decenni di sconfitte (ancora grazie ai sindacati, tutti!), privi di punti di riferimento, incapaci di riconoscersi come classe. Eppure è là che riposa il potenziale capace di arrestare questa riforma, questi tagli, questa crisi, questo sistema! Il proletariato è quello che produce e fa muovere ogni cosa che ci circonda, è questo il gigante che si deve svegliare e che può rappresentare la forza materiale capace non solo di arrestare i tagli, le riforme, le guerre che questo sistema produce, bensì di sovvertire il sistema medesimo ed il suo portato di miseria, guerra e morte.

  5. Gli universitari devono sostenere il protagonismo proletario. Gli studenti hanno oggi la possibilità di svolgere una funzione storica essenziale per il risveglio della classe lavoratrice. Lo dicano chiaramente nei cortei, con gli striscioni, nei quartieri, davanti alle fabbriche, agli uffici, ai luoghi di lavoro, alle agenzie interinali, ai call-center...: “Noi studenti abbiamo iniziato a mobilitarci, ma senza i lavoratori il nostro movimento è nulla. Dobbiamo lottare uniti contro la crisi, per il nostro futuro, per la di fesa dei nostri comuni interessi, in quanto appartenenti alla stessa classe sociale: il proletariato! I lavoratori si sveglino, rompano i lacci legali e sindacali che li tengono incatenati, si scuotano dal torpore ed inizino a lottare veramente! Troverete in noi studenti un alleato pronto e determinato”. Si invochi lo SCIOPERO GENERALE AD OLTRANZA come prima rivendicazione in ogni corteo, assemblea, mobilitazione. Se gli studenti si isolano nelle univesità hanno perso; se gli studenti riescono ad avere un ruolo di stimolo e collegamento per i lavoratori allora il potere dei padroni avrà motivi per iniziare a tremare. Il terreno di convergenza è la lotta proletaria “contro i tagli, contro la crisi, contro il sistema che la ha generata”.

  6. Alle periferie! Anche per questo è importante che il movimento cominci ad andare alle periferie, bisogna iniziare a dialogare con chi sta subendo più degli altri le conseguenze della crisi economica: i proletari delle periferie. Se il centro cittadino è ormai la cittadella dei padroni e dei loro palazzi-simbolo (Montecitorio...), sono le periferie il nostro referente naturale, i luoghi dove vivono gli appartenenti alla nostra stessa classe, i luoghi dove la presenza criticamente stimolante, sovversiva e assembleare degli studenti può fare più paura. La presenza degli studenti proletari nelle periferie e davanti ai luoghi di lavoro fa paura ai padroni a causa della sensibilità delle periferie e dei lavoratori ai temi dei tagli, della crisi etc... i proletari di periferia sono abbandonati a loro stessi, privi di risposta politica ai loro problemi, è qui che gli studenti possono svolgere quel ruolo di collegamento, stimolo, unione, radicalizzazione delle lotte proletarie che, in parte, è già stato loro negli anni ‘70. Naturalmente per realizzare questo gli studenti devono iniziare a muoversi come proletari contro il sistema, e non più come studenti per l’università pubblica.

  7. Noi siamo il futuro! Diceva, giustamente, Marx nel Manifesto del partito comunista “Ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente. Il vero e proprio risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l'unione degli operai si estende sempre più. [...] Questa organizzazione dei proletari in classe e quindi in partito politico torna ad essere spezzata ogni momento dalla concorrenza fra gli operai stessi. Ma risorge sempre di nuovo, più forte, più salda, più potente.Il più grande risultato al quale una lotta può aspirare, e noi con essa, è la crescita della compagine organizzata intorno al programma comunista che in essa si esprime: la progressiva organizzazione del proletariato in classe, ovvero in partito politico. I proletari dell’università devono e possono avere un ruolo di punta in questo processo! La progressiva organizzazione dei proletari in partito di classe è al contempo il più alto risultato che la lotta universitaria può perseguire e la premessa necessaria al fine di superare la crisi del capitalismo. L’unica alternativa alla crisi e alla guerra è, infatti, il socialismo. Noi siamo il futuro: avanti!

Lavoratori e studenti internazionalisti

amicidispartaco@email.it

www.internazionalisti.it

domenica 19 aprile 2009

Il germe dell'educazione dell'avvenire


[...] dal sistema della fabbrica, come si può seguire in particolare negli scritti di Robert Owen, è nato il germe della educazione dell’avvenire, che collegherà, per tutti i bambini oltre una certa età, il lavoro produttivo con l’istruzione e la ginnastica, non solo come metodo per aumentare la produzione sociale, ma anche come unico modo per produrre uomini di pieno ed armonico sviluppo.

Karl Marx, Il capitale, vol. I, 1867

Noi consideriamo la tendenza dell’industria moderna ad attrarre fanciulli ed adolescenti dei due sessi alla collaborazione nell’opera della produzione sociale come una tendenza progressiva, salutare e giusta, sebbene il modo in cui questa tendenza viene attuata sotto il dominio del capitale sia orribile.
In una situazione razionale della società, ogni fanciullo senza distinzione a partire dai nove anni, dovrebbe diventare un operaio produttivo; alla stessa maniera nessuna persona adulta dovrebbe essere esclusa dalla legge generale della natura, cioè di lavorare per essere in condizione di mangiare, e di lavorare non soltanto con il cervello, ma anche con le mani.

Karl Marx, Istruzioni ai delegati, 1867



sabato 18 aprile 2009

Il capitalismo della cultura

La scuola borghese si porterà dietro per sempre il marchio capitalista. Verrà data scarsa importanza alla formazione dell'uomo. L'educazione sarà sommaria o del tutto inesistente. Al contrario, si cercherà di istruire molto, in misura sempre maggiore, man mano che aumenteranno i bisogni della concorrenza capitalistica. Alla sete di possesso, - saccheggiando all'occorrenza -, al desiderio di dominio con la forza, che caratterizzano oggi l'azione sociale, corrisponde una situazione analoga nella scuola: il capitalismo della cultura. Estendere incessantemente il campo della conoscenza, ipertrofizzare il sapere pretendendo, in tal modo, di sviluppare il potere vitale dell'uomo; ignorare, quindi, le forze spirituali dell'uomo e l'armonia sociale, che potrebbero, invece, garantire la felicità umana; offrire una cultura che produce profitto capitalista: ecco le caratteristiche dell'attuale scuola capitalista. "L'errore fondamentale dell'attuale sistema formativo - dichiara un personaggio di Ibsen - è dare importanza solo a ciò che si "sa", invece di darla a ciò che si "è", e ne vediamo bene le conseguenze. Possiamo verificarle su quelle centinaia di uomini ricchi di capacità che mancano di equilibrio: esiste un vero abisso tra quelle che sono le loro azioni e quelli che sono i loro sentimenti e le loro attitudini".

Celestin Freinet, Verso la scuola del proletariato: l'ultima tappa della scuola capitalista, 1924



domenica 5 aprile 2009

La disciplina

[...] nella scuola borghese tutto si regge sulla disciplina esteriore, mentre proprio la partecipazione al processo creativo e specialmente al lavoro, quando sono in tanti ad operare, conferisce all’educazione una disciplina interiore. Se non semini in tempo non raccoglierai niente. È la forza stessa delle cose che educa il ragazzo, lo costringe a dominare la stanchezza, la scarsa volontà, giacché è evidente la finalità per cui si opera. Se il senso della disciplina viene educato nel lavoro, allora la disciplina smette di essere esteriore. […] è importante che la disciplina sorga non dall’esterno ma dalla coscienza stessa dell’uomo.

Nadezhda Krupskaja, Gli ideali dell’educazione socialista, 1918


Educare uomini sviluppati in tutti i sensi

[...] la popolazione è interessata a che le scuole elementare, media e superiore abbiano un unico scopo generale: educare degli uomini sviluppati in tutti i sensi, con coscienti ed organizzati istinti sociali, con un’integra e personalmente sofferta concezione del mondo, capaci di comprendere tutto ciò che avviene intorno a loro nella natura e nella vita sociale, degli uomini preparati teoricamente e praticamente ad ogni genere di lavoro, sia manuale che mentale, capaci di costruire una vita sociale razionale, ricca di contenuto, bella e felice. [...] irrobustire la salute ed accrescere la forza delle nuove generazioni: […] vitto sano, buon sonno, indumenti caldi e comodi, igiene personale, aria pura, moto a sufficienza. […] In estate la scuola dovrà trasferirsi in campagna. Sin dalla prima infanzia la scuola dovrà accrescere e sviluppare i sensi: vista, udito, tatto, eccetera, in quanto questi sono gli organi con i quali l’uomo conosce il mondo esterno.

Nadezhda Krupskaja, A proposito della scuola socialista, 1918




mercoledì 1 aprile 2009

Scuola e socialismo

La scuola socialista è concepibile soltanto in determinate condizioni sociali, in quanto diventa socialista non perché è diretta da socialisti ma perché i suoi fini corrispondono alle esigenze della società socialista. […] Giacché la scuola socialista non poteva essere nel regime capitalistico un’organizzazione vitale, nel migliore dei casi diventava un interessante esperimento pedagogico. Poteva essere solamente un’attività privata e non statale […] Ma quando il governo popolare si trova al potere nel momento in cui monta la rivoluzione sociale, esso, sempre partendo dal bene dell’individuo e della società, deve spezzare la vecchia scuola di classe trasformatasi in una stridente contraddizione e creare una scuola che corrisponda alle esigenze del momento. E un nascente regime socialista ha bisogno di educare uomini idonei per quel regime


Nadezhda Krupskaja, A proposito della scuola socialista, 1918