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domenica 19 dicembre 2010

carnevale a montesanto - napoli?

Di seguito una mail che ho inviato agli organizzatori del carnevale a Montesanto. Per 5 anni ho partecipato alla sua organizzazione, oggi, abitando a Roma, diventa più difficile... ma spero che anche quest'anno la tradizione prosegua. Per vedere i carnevali passati il sito è www.parcosocialeventaglieri.it

Forza, sia mai che il carnevale riesca anche quest'anno a decollare...
magari sulle ali del movimento di opposizione alla riforma, ai tagli,
alla crisi!
Siamo partiti dal campetto di pallone come rampa di lancio per arrivare
fino allo spazio intergalattico, poi siamo tornati sulla terra, tra i
continenti del mondo, e qui "amm'vist a mala parata!" abbiamo sentito il
bisogno di cercare un punto di partenza e lo abbiamo trovato in rosarno.
Ora che la crisi sta infiammando il mondo e, anche qui da noi, sembra
che qualcuno si sia scetato... sarebbe un vero peccato interrompere
questa mirabolante e sovversiva avventura.
Fosse anche solo per portare nel quartiere e nella città, con la
scanzonata, sgangherata e spesso irriverente allegria che ci
contraddistingue, un contributo piccolo e semplice: tremate, perchè il
gigante sta per svegliarsi. Mobilitatevi, perchè il gigante siamo noi!
un grosso bacio a tutti.

giovedì 25 novembre 2010

A proposito delle proposte di legge relative al riordino dei percorsi di abilitazione e di reclutamento.



Sto frequentando il comitato precari scuola di roma, i quali mi hanno chiesto di scrivere un articolo sul reclutamento. questo è un "papiellone" dal quale verrà estratto l'articolo. buona lettura... in attesa di commenti.

Introduzione Nel lavoro di studio volto a comprendere come si configureranno i percorsi di formazione, abilitazione e reclutamento dei futuri insegnanti, ci siamo immediatamente imbattuti in difficoltà legate al significato da attribuire ai regolamenti ed alle proposte attualmente in discussione nelle aule parlamentari.

Quale presa di posizione dei precari della scuola – abilitati e non, con l’attenzione rivolta anche a quanti si abiliteranno in futuro - rispetto alle nuove norme che regoleranno l’accesso o meno, la permanenza o meno, alle dipendenze del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca?

La crisi. Non potevamo prendere una posizione corretta, se non collocando il fenomeno in oggetto – la ridefinizione del reclutamento e dei percorsi abilitanti – all’interno del quadro che l’erompere della crisi va determinando.

Anni di crisi strisciante sono esplosi nel 2007, scuotendo l’intero mondo capitalista, così la scuola e i suoi lavoratori sono stati chiamati a sacrificarsi, al pari di altre categorie di lavoratori dipendenti, per sanare l’insanabile economia nazionale.

La crisi, i tagli e la loro gestione. Crisi significa tagli e i tagli vogliono dire: più soldi alle banche e agli imprenditori, meno soldi ai lavoratori dipendenti (taglio del salario diretto, dei posti di lavoro e del salario indiretto come scuola, sanità, servizi, pensioni...). Nello specifico della scuola, crisi sta significando una drastica riduzione di personale, risorse, mezzi, strumenti... una situazione drammatica, ma potenzialmente esplosiva.

Dal punto di vista del potere borghese, che ne è l’artefice, il taglio netto di decine di migliaia di insegnanti avviato dalla “riforma” Gelmini deve essere gestito, gestito nella maniera più indolore possibile. Questo significa che il più grande licenziamento di massa della storia italiana deve avvenire prevenendo e scongiurando la possibilità che la rabbia dei licenziati e tagliati possa trasformarsi in movimento di contestazione unito e, sopratutto, che la rabbia dei precari possa superare le guerre intestine, le divisioni sindacali e gli ostacoli istituzionali e giuridici che la vincolano, per arrivare a saldarsi con lo scontento dei docenti di ruolo, dei genitori, degli alunni, di tutti gli altri lavoratori della scuola... i quali sono, infatti, tutti accomunati dalla concreta constatazione del rapido peggioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro. Gestire, per loro, significa, insomma, dividere e prevenire la possibilità che l’opposizione si generalizzi, radicalizzandosi.

La dequalificazione dell’insegnamento. I tagli servono a risparmiare denaro e, al contempo stanno determinano l’adeguamento della scuola pubblica alle esigenze del nuovo mercato del lavoro. Se è vero che la scuola ha innanzi tutto il compito di formare i lavoratori di domani, e se è vero che il mercato del lavoro va sempre più caratterizzandosi nella direzione della disoccupazione di massa e del lavoro precario e/o scarsamente qualificato, allora è anche vero che la nuova scuola pubblica dovrà formare una formazione sempre più flessibile e dequalificata.

I tagli e la ridefinizione della nuova scuola pubblica vengono gestiti, anche, attraverso la riforma del reclutamento e dei percorsi abilitanti, che sono, infatti, l’oggetto del nostro studio.

Lo schema. Lo schema di decreto relativo al regolamento dei requisiti e modalità della formazione iniziale dei docenti si colloca pienamente in questo solco. Da un lato impoverisce ulteriormente la figura del docente della scuola secondaria, il quale accederà ad un biennio magistrale ed al successivo tirocinio (TFA) sulla base di soli tre anni di studi universitari. In questo caso la suddivisione tra un biennio magistrale e uno di ricerca non fa che confermare che i futuri docenti avranno sempre meno competenze disciplinari. Un altro aspetto che va sottolineato è che all’articolo 16 di questo schema si afferma chiaramente: “i corsi di cui al presente decreto sono organizzati dalle Università senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Questo, in tempi di violenti tagli alle Università, significa che anche questi corsi o non si attueranno o, peggio, si svolgeranno a totale carico degli iscritti.

E il reclutamento? In materia ci sono le proposte contenute nel DDL Aprea prima, nelle proposte Goisis e Cota poi. Ebbene, l’essenza di queste proposte è l’affermazione dell’idea che il reclutamento debba superare le graduatorie nazionali per avvenire attraverso graduatorie regionali, se non, addirittura, nella prospettiva di concorsi indetti direttamente dai Dirigenti, sulla scorta dei posti disponibili nelle singole scuole (o reti di scuole).

La nostra presa di posizione in merito. La nostra posizione non può correre il rischio di arenarsi tra i perigliosi articoli della legislazione in oggetto. Primo perché possiamo essere sicuri che la scuola verrà sottoposta ad altre, peggiorative, modifiche, secondo perché abbiamo bisogno di individuare dei punti di orientamento fermi, che ci permettano di avere le idee chiare in materia, affermando un punto di vista alternativo e rispondente al nostro specifico e comune interesse di lavoratori della scuola.

No alla regionalizzazione. La regionalizzazione va respinta, perché colpisce innanzi tutto chi vive condizioni peggiori e perché, dividendoci, prepara il terreno a nuovi ed ulteriori attacchi e miseria. Allo stesso modo va respinto qualsiasi criterio che metta in concorrenza i precari tra loro. Dopo 150 anni di sfruttamento, di clientelismo, e di politiche neo coloniali da parte delle borghesie del nord, il sud vive condizioni drammatiche: la crisi occupazionale ha raggiunto picchi di insostenibilità (vedi il caso estremo dei suicidi, o anche degli scioperi della fame). Sostenere politiche federaliste in materia di assunzione vuol dire condannare gli insegnanti del sud e, in pari tempo, aumentare la concorrenza interna alla nostra categoria.

Altri aspetti del medesimo problema. Allo stesso modo, l’assunzione tramite concorsi d’Istituto, o, peggio, attraverso la nomina diretta dei Dirigenti, significherebbe gettare intere masse di insegnanti alla disperata guerra tra poveri, pur di assegnarsi uno tra i pochi posti rimasti disponibili. Ugualmente va sottoposto ad aspra critica l’innalzamento dell’età pensionabile, il blocco delle finestre etc. i quali non fanno che ostacolare il ricambio generazionale, impedendo l’ingresso di nuovi docenti. In fine la stessa meritocrazia, che la FLC di fatto accetta, è un’arma contro di noi, perché volta ad incentivare i docenti ruffiani e proni, pronti a tutto pur di guadagnare di più o... di accedere al posto di ruolo, a discapito degli altri.

Il vero problema. L’unica realtà sulla quale dobbiamo focalizzare la nostra attenzione è che i tagli di personale e risorse stanno mettendo in ginocchio la possibilità di dare una adeguata risposta ai bisogni educativi/formativi dei giovani (in particolare di coloro i quali provengono da famiglie proletarie), cancellando al contempo la possibilità di dare adeguata occupazione ai circa 200’000 precari attuali (e a coloro che si abiliteranno in futuro).

Per cosa lottiamo. E’ impossibile, allora, fare qualsiasi ragionamento se il nostro “NO AI TAGLI!” non si leva corale, conseguente e compatto, nelle scuole, tra i docenti e tra gli studenti universitari che accedono ai percorsi abilitanti. E’ questa la premessa a qualsiasi discorso, il motivo centrale intorno al quale costruire la nostra unità nella lotta.

A questa premessa dobbiamo essere conseguenti impegnandoci nel denunciare – in tutti i modi possibili - la condizione di carenza di personale e risorse che la riforma sta creando, a partire dal pretendere la nomina dei supplenti e dal denunciare il fatto che alcuni colleghi pur potendo andare in pensione non ci vanno, fino a coinvolgere i ragazzi, i genitori e gli altri lavoratori della scuola in assemblee di mobilitazione volte a trovare di comune accordo obbiettivi e modi nei quali lottare in maniera più efficace a partire dal territorio, cercando, infine, sopratutto al sud, di dare vita ad iniziative forti insieme a chi è già stato tagliato fuori (come quella, purtroppo ancora isolata, di Messina)...

Per concludere sul reclutamento, non possiamo che respingere la frantumazione dei precari tra mille graduatorie per affermare, al contrario, la necessità che il reclutamento avvenga, per tutti, attraverso le graduatorie nazionali, sulla sola base dell’anzianità di servizio e dei titoli, escludendo, però, i titoli spazzatura da 1 e 3 punti messi in vendita nelle varie università.


lunedì 1 novembre 2010

Anche nella scuola: i sindacati contro i lavoratori, gli internazionalisti per l’autogestione delle lotte.

La dura realtà della crisi e della “riforma”.

L’attacco alla scuola pubblica, ed a chi vi lavora, è uno dei fronti principali attraverso il quale il padronato italiano vuole far pagare i costi della sua crisi ai lavoratori.

Come Brunetta taglia entro il 2013 300.000 posti nel pubblico impiego, e come il padronato è ovunque all’attacco, così il duo Gelmini-Tremonti nella pubblica istruzione non ne licenzia meno di 135.000 tra docenti e ATA, riducendo al contempo le ore di lezione, i pochi fondi residui, innalzando il numero minimo e massimo di alunni per classe, etc., il tutto mentre l’edilizia scolastica cade pericolosamente a pezzi, vengono tagliati del 25% (!) gli appalti per la pulizia dei locali e le condizioni di tutti quelli che vivono attorno alla scuola peggiorano rapidamente.

Insomma, il secondo anno di attuazione della “riforma” Gelmini delinea con chiarezza unica i tratti caratteristici della scuola pubblica di domani: poco personale, nessuna risorsa se non quelle reperibili attraverso l’elemosina dei privati e il “contributo volontario-obbligatorio” dei genitori (i quali, è bene dirlo, già pagano la scuola pubblica attraverso le tasse), condizioni lavorative sempre peggiori e quindi sempre peggiori condizioni per i ragazzi. Certo, non tutti gli studenti sono colpiti allo stesso modo: c’è chi proviene da famiglie abbienti e può scegliere le private, anche grazie ai contributi statali, e c’è invece la massa che è composta da figli di lavoratori che scegliere non possono e allora devono accedere ad una scuola sempre più simile a un baby-parking.

Se questa è la realtà, e lo è!, allora è naturale che a chi a scuola ci lavora “gli roda” e voglia fare qualcosa. Allora il lavoratore della scuola che si vuole mobilitare, si guarda intorno... e che trova?

Come il sindacalismo tenta di “opporsi” alla “riforma” Gelmini.

La CGIL ha avanzato una linea di “lotta”, ritenuta dagli stessi iscritti, ridicola: un’ora di sciopero ogni 15 giorni dal 1 ottobre al dicembre 2010, oltre ad un generico e minimalista invito a non svolgere prestazioni orarie aggiuntive (cfr. comunicato FLC 1/09/’10). Ma, nella quotidianità, alle – poche – buone intenzioni si accompagna una condotta, p.es. nelle assemblee sindacali, tutta volta a seminare scoraggiamento e rassegnazione, nella messianica attesa di uno sciopero generale che, se si farà, non sarà altro che opera di testimonianza, la quale nessun danno apporterà concretamente ai padroni.

Ci rimane il sindacalismo di base! Vediamo: qual’è la proposta di mobilitazione del sindacalismo alternativo in questo avvio di anno scolastico, caratterizzato dal sostanziale disorientamento dei lavoratori dinnanzi all’uragano che si sta abbattendo su di loro? Ogni sindacatino ha proposto la propria mobilitazione autonoma! Vogliamo essere più chiari. I sindacati di base sono quasi una decina ed hanno tutti piattaforma, rivendicazioni, modalità di operare molto simili, ma non si uniscono tra di loro nemmeno per uno sciopero, né lo faranno mai. Perché? Perché non riescono a capire che se i lavoratori fossero uniti sarebbe già un passo avanti? Perché continuano a frammentarci e a dividerci? Perché ritengono più importante conquistare migliori posizioni per la propria struttura di appartenenza indicendo scioperi isolati, piuttosto che mettersi al servizio della lotta di classe, come un sindacato decente dovrebbe fare? La nostra risposta è una e definitiva: perché il sindacalismo ha fatto il suo tempo. Almeno 200 anni di capitalismo hanno ormai completamente assorbito i margini in base ai quali il sindacato giustificava ai lavoratori la propria esistenza.

Oggi chi parla di ricostruire il sindacato di classe – e a molti sembra l’unica prospettiva possibile - non solo non tiene conto che si tratta di un desiderio che fa a cazzotti con quanto la realtà quotidiana ci dimostra in fatto di sindacalismo, ma fa un discorso addirittura reazionario, nel senso che vorrebbe – cosa evidentemente impossibile – riportare il conflitto di classe indietro di decenni. Il problema non è oggi come resuscitare forme di conflittualità ormai superate dalla Storia (sindacalismo), quanto attrezzarsi per intervenire nelle nuove forme che assumerà la lotta di classe in questi anni ‘10 così tormentati da una crisi economica di anno in anno sempre più feroce.

Insomma, dal nostro punto di vista chi crede di recuperare i sindacatoni, i sindacatini o anche alcuni politicanti, alla difesa dei nostri interessi sta prendendo una grossa cantonata, continuando a sottomettere forze proletarie a interessi e a logiche (salva restando la buona fede di moltissimi iscritti di base) di micro o macro apparati che vivono e si legittimano grazie alla nostra frammentazione, grazie al fatto che auspicano di presentarsi ai dirigenti (o ai ministri) come strutture autenticamente capaci di gestire il conflitto. Insomma il sindacalismo difende ormai solo più sé stesso, i suoi interessi di struttura e ha da tempo abbandonato gli interessi dei lavoratori.

E allora voi internazionalisti che cosa proponete?

Se il sindacalismo, allo scopo di vedere riconosciuta dalla controparte la propria sigla, è sempre disposto a sacrificare gli interessi dei lavoratori, allora è evidente che il nostro progetto deve guardare altrove.

Il punto di partenza devono essere necessariamente comitati di agitazione i quali raccolgano i lavoratori più combattivi, iscritti o non iscritti ai sindacati, possibilmente e auspicabilmente anche di tipologie differenti (docenti, ATA, personale educativo, pulizie, genitori proletari, etc.).

Sono questi comitati spontanei, che nascono sulla base di rivendicazioni specifiche, che devono decidere come, quando e per cosa lottare (chi conosce i problemi e le possibilità di mobilitazione meglio di chi è coinvolto direttamente?) e parallelamente devono uscire dalla mera logica di categoria per coinvolgere tutti coloro che a scuola lavorano e i genitori, molti dei quali stanno anch’essi subendo le conseguenze della crisi.

La nostra indicazione è quella di andare verso assemblee trasversali lavoratori/studenti/genitori, che magari riescano ad uscire dalla singola scuola, per coordinarsi a livello territoriale al fine di sviluppare la lotta nelle forme più opportune. I comunisti devono stimolare questo tipo di iniziative e orientarle a saldarsi con le altre mobilitazioni presenti sul territorio (contro licenziamenti, devastazione ecologica etc.) diventando magari per esse un punto di riferimento fuori e contro la logica del compromesso e della delega che è propria del sindacalismo.

All’interno di queste assemblee bisognerà da un lato far maturare la coscienza anti-capitalista (la crisi è frutto del sistema e quindi è col sistema stesso che ci stiamo scontrando), dall’altro cercare di estendere sempre di più la mobilitazione (la crisi morde con violenza settori via via più ampi di proletari), affermando al contempo quelli che sono i propri interessi e rifiutando così le contrattazioni al ribasso che politicanti e sindacalisti ci proporranno: i sindacati interverranno a mediare, ma noi dovremo avere la forza di porli davanti alla scelta, o si rispettano le decisioni dell’assemblea o faremo definitivamente a meno anche di voi.

I comunisti devono necessariamente collocarsi su questo terreno e qui affinare le loro capacità di intervento, organizzazione e direzione dello scontro, se non vogliono essere tagliati definitivamente fuori dai giochi!

Ecco cosa intendiamo quando parliamo di lotta fuori e contro il sindacato, ecco come pensiamo che inizieranno a prendere forma le assemblee proletarie territoriali che oggi, sole, possono porre un argine all’attacco in atto, ma che domani – in rapporto dialettico col partito rivoluzionario - rappresenteranno gli embrioni di quello che sarà un sistema nuovo, nel quale la borghesia sarà categoricamente esclusa dall’esercizio del potere.

Perché se la crisi non nasce dal nulla, ma è il frutto di un sistema giunto all’orlo del collasso, allora dobbiamo necessariamente e da subito almeno iniziare a porci il problema del suo superamento, il problema di costruire il partito di classe all’interno dello scontro di classe in atto.

E’ questo il terreno sul quale chiamiamo al confronto i lavoratori della scuola, e non solo, più combattivi.


lotus

lunedì 12 aprile 2010

Cos'è la scuola? Elementi introduttivi ad una critica rivoluzionaria dell'istituzione scolastica (parte terza)


“Ho sempre avuto il sospetto che “addestrare a star seduti” sia la funzione sostanziale di ogni esperienza scolastica.
Così come l'origine dell'organizzazione scolare si riferisce certamente al quesito: dove raggruppare i figli di chi lavora mentre appunto i genitori lavorano?
Risposta: istituiamo questi “silos” nei quali raggruppare minorenni di ogni specie e intanto che sono lì addestriamoli a star seduti cinque, sei, sette ore in modo da trovarli pronti alla sottomissione non appena raggiunta l'età adulta.”
S.Agosti, in M.Parodi, La scuola che fa male.

Una delle caratteristiche peculiari della scuola borghese è quella del disciplinamento.
Il disciplinamento non è qui inteso in quanto artificioso frazionamento del sapere e della conoscenza in un elevato numero di discipline senza alcun apparente nesso tra loro, il che è comunque un'aberrazione fatta propria e accentuata al massimo grado dalla società capitalista, disciplinamento è qui inteso nel senso letterale in quanto insieme sistematico di azioni volte ad ottenere la sottomissione ad un complesso di norme che regolano rigorosamente il comportamento.
In questo articolo parliamo della funzione che svolge la scuola la quale forma e modella il comportamento della futura forza-lavoro in modo tale da renderla caratterialmente e mentalmente adeguata alla disciplina che vige nel luogo di lavoro. Come già osservava J.J.Rousseau il bambino nasce libero e la sua libertà e spontaneità mal si adattano ad una società che richiede il pieno adattamento alle sue norme comportamentali e ai suoi valori.
Fino alle società pre-capitaliste il ragazzo, anche il più povero, cresceva e si formava nel suo “ambiente naturale” (prendiamo una fattoria per esempio), così che non aveva bisogno di andare a scuola, da grande avrebbe continuato a vivere e a fare le medesime cose che vedeva continuamente intorno a se. La, pur dura, disciplina era la disciplina della vita e proveniva dall'ambiente stesso nel quale il ragazzo cresceva, la scuola vera e propria era riservata esclusivamente alla formazione delle future classi dirigenti, non certo ai poveri.
Il capitalismo sconvolge completamente le cose, strappa le famiglie dalle campagne, i giovani dall'ambiente nel quale sono cresciuti, sbatte tutti nel vortice del mercato, chiede al lavoratore di essere pendolare o, addirittura, di migrare, gli chiede di entrare in un ambiente diabolico e malsano come la fabbrica. Il lavoratore deve accettare di vendersi per un salario, il suo spirito ribelle deve essere sedato. La società contemporanea, ingiusta ed irrazionale, ha bisogno di dotarsi di strumenti adeguati a garantire che il cuore del sistema non cessi mai di battere, che i proletari non cessino mai di farsi sfruttare.
Forme di scuola erano nate già prima dell'attuale, ma è caratteristica distintiva della scuola borghese il suo essere obbligatoria, gratuita e statale. I primi progetti per realizzare una tale scuola risalgono infatti alla Rivoluzione Francese (progetti del 1791 e 1793), in Italia alla Legge Casati (1859).
Come affermavamo nel primo articolo di questa serie è l'affermarsi della borghesia come classe dominante che determina la nascita della scuola, ma “la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che la porteranno alla morte; ha anche generato gli uomini che impugneranno quelle armi: gli operai moderni, i proletari” (Marx, manifesto comunista), così nel periodo in cui il modo di produzione industriale si afferma su quello manifatturiero e contadino - tra sette e ottocento -, centinaia di migliaia di ex-contadini vengono strappati dalle terre nelle quali erano vissuti per generazioni e vengono rovesciati nelle città: forza-lavoro a bassissimo costo, ma anche molto poco propensa ad accettare le terribili condizioni di lavoro “proposte”. In molti si rifiutano di accettare la disciplina del lavoro capitalista, così “la soluzione pienamente accolta dalla borghesia inglese pochissimo tempo dopo la sua definitiva ascesa al potere politico è la deterrent workhouse, la casa di lavoro terroristica; cioè la sostituzione di qualsiasi forma di assistenza fuori dalle case di lavoro (outdoor relief) con l'internamento ed il lavoro obbligatorio in esse”. Proprio così, nello stesso periodo nel quale la borghesia si affermava come classe dominante essa si dotava di due strumenti complementari, utili a rendere “compatibili con le esigenze della produzione” le folte schiere di proletari che di giorno in giorno si riversavano nelle città. Con l'affermarsi della borghesia non nasce solo la scuola di massa, ma anche il carcere detentivo di massa. Carcere e scuola hanno la medesima origine e scopi tra loro complementari, in entrambi si riflette il carattere violento, gerarchico e disciplinare che è proprio della società dello sfruttamento.
Il complesso apparato di sanzioni disciplinari nel quale incorre l'alunno in caso di condotte inadeguate (voti, note, condotta, bocciatura, umiliazioni varie, convocazione dei genitori...) riflette semplicemente la violenza con la quale il sistema del mercato e del profitto si impone sull'individuo al fine di modellarlo a seconda delle sue esigenze. Come afferma G.M.Volontè - capo della polizia politica nel film “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” del 1970 - la repressione è l'arma vincente laddove l'educazione e la cura hanno fallito: “Noi siamo a guardia della legge, che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo. Il popolo è minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi, il dovere di reprimere, la repressione è il nostro vaccino: repressione è libertà!”.
Non è un caso che con l'avanzare della crisi la scuola dismetta sempre più la sua falsa faccia democratica (buona in tempi di sviluppo economico, vedi i decreti delegati del 1973) ed assuma sempre più la faccia che veramente caratterizza il dominio borghese: disciplina, ordine, repressione, ossia preside manager, voto in condotta, voti e discipline (materie) fin dalle elementari, politiche razziste etc. [continua]
Lotus

“Finché durerà la società divisa il classi, la scuola continuerà a essere un semplice rodaggio in un sistema generale di sfruttamento, e il corpo insegnante un reggimento che difende come l'altro gli interessi dello Stato.”
A. Ponce, Educazione e lotta di classe


sabato 6 marzo 2010

Cos'è la scuola? Elementi introduttivi ad una critica rivoluzionaria dell'istituzione scolastica (parte seconda)

Nel numero precedente abbiamo visto come la scuola sia un prodotto storicamente determinato, in particolare la scuola borghese nasce in seguito alla conquista del potere politico da parte della borghesia (superamento del feudalesimo) per rispondere a tre fondamentali esigenze della società capitalista moderna: 1) formare una forza-lavoro che possa essere agevolmente sfruttata nella grande industria, 2) sviluppare il controllo ideologico e la disciplina del lavoro sulle classi dominate, 3) parcheggiare i figli dei proletari mentre i genitori lavorano.
Abbiamo quindi visto come la borghesia abbia dato vita, durante l'esercizio del suo dominio, ad una cultura dominante (la cultura borghese), per questo non è possibile parlare di “rivoluzione culturale” o di “liberazione per mezzo della cultura” quando si tratta, piuttosto, di portare la critica al cuore del sistema: una “cultura rivoluzionaria” o “proletaria” si svilupperà solo come riflesso ideale di un movimento pratico di critica alla società dello sfruttamento.

"È un pregiudizio credere che la borghesia domini per mezzo dell'ignoranza: essa invece domina per mezzo della sua cultura"
A. Bordiga, La nostra Missione, L'Avanguardia, 2 febbraio 1913

La scuola riflette e riproduce, a livello istituzionale ed ideologico, le caratteristiche della società borghese dalla quale sorge. Vedremo qui in che maniera questo assunto1 è verificato nella realtà dell'organizzazione scolastica.
Innanzi tutto rileviamo che tratto fondativo della nostra società basata sulla proprietà privata2 dei mezzi di produzione è la divisione del lavoro, secondo la quale vi è una parte di popolazione - la classe dominante - dedita esclusivamente alla gestione ed all'amministrazione, lavoro intellettuale, mentre vi è un altra parte - la maggior parte del proletariato - che è dedita esclusivamente al lavoro manuale. Naturalmente si tratta di un'astrazione3 e vi sono delle eccezioni, ma è innegabile che queste sono le due tendenze sulle quali si polarizza la società intera. Ora, il fatto che chi decide non lavora e chi lavora non decide fa si che il lavoratore sia sempre più alienato4, chi lavora partecipa ad un processo lavorativo che non gli appartiene, come non gli appartiene il frutto del suo lavoro, insomma vive l'intero atto e luogo di lavoro come estraneo e ostile.
A questo va aggiunto che la divisione del lavoro non avviene solo tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, bensì anche tra lavori differenti: chi svolge una funzione svolge quella e basta, è assolutamente estraniato dalla globalità del processo produttivo. Per quanto sia impossibile conoscere tutto di tutto, è altrettanto vero che è estremamente limitante (alienante) essere impiegato in una singola mansione e non avere idea di tutto ciò che avviene intorno, svolgere una singola fase del processo produttivo senza essere nella condizione di comprenderlo nella sua globalità.
Insomma la società attuale si fonda sulla proprietà privata dei mezzi di produzione per questo chi lavora partecipa solo al particolare settore della produzione nel qual è impegnato, non decide nulla bensì subisce le decisioni dei proprietari, passivamente (…almeno fino a che non si muove in direzione rivoluzionaria uscendo così dalla passività!). Ma in che maniera riscontriamo tutto ciò nella scuola?
Innanzi tutto è evidente che la scuola, luogo di formazione, è completamente distaccata dal mondo della produzione, non partecipa assolutamente alla produzione reale, è un isola praticamente senza contatti con l'esterno, anche quando i ragazzi vanno a fare degli stage nel mondo del lavoro si tratta sempre di mansioni dequalificanti, nelle quali si impara ben poco né si affrontano realmente i problemi della produzione reale. Vediamo poi che la stessa organizzazione classica della lezione vede l'insegnante come elemento attivo che trasmette il sapere e gli alunni come soggetti passivi con l'incarico di ingoiare quante più nozioni è possibile. Vediamo nella nostra esperienza scolastica come il modello dell'impresa capitalista abbia plasmato a sua immagine e somiglianza (e non poteva essere diversamente!) il modello della scuola capitalista: uno dirige, gli altri eseguono, i due poli della società.
Altro elemento che salta immediatamente agli occhi è la frammentazione del sapere e della conoscenza (sapere che in realtà è unico come unico è l'individuo che scopre il mondo nelle sue multiformi espressioni) in discipline che non comunicano tra di loro: italiano, matematica, diritto, chimica...sono mondi a se stanti, come sono mondi a se stanti le differente branche della produzione, è assolutamente assente un idea unitaria della conoscenza dei fenomeni del mondo come nella società è assolutamente ancora distante la possibilità di affrontare i problemi umani e ambientali come problemi di un unico grande sistema, ormai da tempo in crisi. Per concludere osserviamo come nella scuola tenda a prevalere l'individualismo e la ricerca della migliore prestazione individuale (meritocrazia), riflesso della concorrenza che i lavoratori si fanno tra loro nel luogo di lavoro, e vediamo come sia evidente che chi viene da famiglie agiate abbia migliaia di possibilità in più rispetto a chi proviene da famiglie proletarie. La scuola svolge, infine, anche un altra funzione fondamentale: il disciplinamento delle nuove generazioni... Ma a questo sarà il prossimo argomento che tratteremo.
Lotus

Non volgiamo qui asserire che tutti gli insegnanti siano in malafede, ohibò, asseriamo solo che una legge economica determinata li costringe ad agire, anche inconsciamente, nell'interesse di chi li paga. Sta in questo la concezione “marxista”del problema della scuola popolare
A. Bordiga, Per l'educazione rivoluzionaria della gioventù operaia, l'Avanguardia, 30 giugno 1912


mercoledì 23 dicembre 2009

Cos'è la scuola?

Elementi introduttivi ad una critica rivoluzionaria dell'istituzione scolastica

(parte prima)



l'educazione è il processo mediante il quale le classi dominanti preparano nella mentalità e nella condotta dei bambini le condizione fondamentali della propria esistenza.”

A. Ponce


In queste righe vogliamo sintetizzare quella che è la critica dei comunisti alla scuola moderna. Per potere criticare la scuola dobbiamo innanzi tutto capire il suo carattere storico, la scuola non è una istituzione che è sempre esistita, né è sempre stata così come la conosciamo noi, la scuola come tutte le istituzioni, è il prodotto di determinate condizioni storiche, economiche e sociali, quella che conosciamo noi è quindi la scuola borghese, sorta dai rapporti borghesi di produzione.

L'idea è questa: in ogni epoca le comunità umane hanno avuto il problema di formare i loro figli al fine di renderli abili a svolgere le funzioni sociali necessarie al riprodursi della comunità medesima. Fino a che gli uomini vivevano in piccole tribù e villaggi, con la proprietà comune dei beni e delle fonti della ricchezza, non vi erano classi sociali e l'educazione avveniva semplicemente attraverso la partecipazione dei fanciulli alla vita del villaggio. Era un educazione integrale e funzionale, nel senso che veniva formata la totalità dell'individuo attraverso la pertecipazione alle varie funzioni necessarie alla vita della comunità di appartenenza. Vi era fondamentalmente uguaglianza di condizione sociale e di educazione per tutti.
Con l'evolversi delle capacità produttive (non è qui il luogo per approfondire i come e i perchè) la società iniziò a scindersi in classi sociali, nello specifico classi dominanti e classi dominate. Nacque così (pensiamo agli antichi egizi o alle società medioevali) l'istruzione differenziata: scienza e conoscenza per chi doveva comandare, ignoranza, o al massimo la conoscenza pratica di un singolo processo produttivo per chi doveva lavorare (e col suo lavoro mantenere anche le classi dominanti).

Facendo un salto storico arriviamo all'ultima società di classe, la nostra, la società borghese.

Le rivoluzioni borghesi (a partire da quella francese del 1789) sono state la conseguenza e il fattore di accelerazione della rivoluzione industriale. La borghesia moderna è la classe che fonda la sua esistenza sfruttando il proletariato attraverso la produzione di merci con macchinari molto sofisticati. L'attestarsi di questa classe come classe dominante ha prodotto una grande modificazione rispetto ai sistemi educativi: 1) gli sfruttati dovevano saper leggere, scrivere e far di conto per poter utilizzare le moderne macchine industriali 2) gli sfruttati dovevano anche avere quel minimo di cultura necessaria a influenzarli ideologicamente per poter loro indurre sempre nuovi bisogni, per poter loro vendere sempre nuove merci 3) avvenendo la produzione in un luogo separato - la fabbrica - e con orari di lavoro così lunghi come mai si erano visti nella storia umana, nasceva il problema di dove parcheggiare i figli dei proletari, visto che a lasciarli in mezzo alla strada o morivano o crescevano così malsani e deboli da non riuscire a sopportare a pieno le fatiche del lavoro. Con la società borghese nasce la scuola di massa.
Ma la nuova cultura avrebbe anche potuto portare gli sfruttati a riflettere criticamente sulla loro condizione di subalternità, ecco perchè la nostra classe dominante ha sempre fatto la massima attenzione a che la scuola trasmettesse - attraverso gli insegnanti pagati dai loro ministeri - agli studenti la mentalità borghese (individualismo, competizione, concorrenza...) il fatto che gli sfruttati subiscano l'ideologia dominante è anche stato garantito dal controllo dei padroni sui mezzi della produzione culturale: giornali, tv, case editrici, etc... Il controllo ideologico è un tassello fondamentale del potere dei padroni.

La scuola borghese è sempre stata - ed oggi più che mai - lontana anni luce dalle esigenze formative dei giovani proletari, lontana anni luce dall'essere un luogo nel quale i ragazzi potessero sviluppare onnilateralmente le proprie capacità, sviluppare la padronanza ed il controllo del mondo che li circonda, anzi, la scuola deve fare proprio il contrario: formare giovani docili ed omologati, disposti a farsi sfruttare senza criticare il sitema nel quale viviamo e le sue logiche. Non potrebbe essere diversamente.

Per questo parliamo di scuola di classe, perchè è una scuola funzionale a mantenere la società di classe che la ha generata.

Per questo parlare di “liberazione per mezzo della cultura”, di “rivoluzione culturale”, di “scuola libera” è un discorso piccolo-borghese, un discorso fatto da chi pensa che sia possibile un mondo migliore nel capitalismo. Per noi, al contrario, il primo passo è criticare la società classista nel suo insieme. Per noi la rivoluzione culturale non può essere separata dalla rivoluzione politica e viceversa. [continua...]

Lotus


Credere [...] che con piccoli ritocchi nella educazione si possa cambiare la società è non solo una speranza assurda, ma socialmente pericolosa: una utopia che risulta, in ultima analisi, reazionaria perchè calma o intiepidisce le inquietudini e le ribellioni con l'illusione che il giorno in cui lo Stato si "autolimiti", il giorno in cui lo Stato si disinteressi graziosamente dell'educazione, questo giorno sarà quello della nascita dell'uomo nuovo. Pretendendo per la scuola un area al di sopra delle classi, la piccola borghesia la consegna di fatto ammanettata alle più oscure forze del passato.


Anibal Ponce, Educazione e lotta di classe, 1936

martedì 27 ottobre 2009

Giuramento

dal diario, alla pagina 10 aprile 2007

Rinnovo il mio giuramento di rivoluzionario, il giuramento ai valori che mi animano e difendo, il giuramento all'uguaglianza, alla solidarietà, alla libertà, alla ricerca, alla condivisione, al cambiamento.
Combatterò fino alla fine la limitatezza, la divisione, la rassegnazione, l'ipocrisia, l'egoismo, la saccenza, la conservazione.
Suggello il giuramento con un diario quatidiano, con l'esercizion fisico ogni di, lo suggello con una retta condotta morale, con la riflessione interiore, con la moderazione, la problematizzazione e la ricerca costante.
Uomo di un tempo nuovo, uomo di una nuova era. Membro della stirpe dei combattenti per l'avvenire, dei liberatori del mondo dalle tenebre della proprietà, della guerra, dell'asservimento.
Innalzo al cielo luminoso la fronte ed ascolto il canto della natura che invoca vendetta. Ascolto il lamento di un umanità allo stremo e sull'orlo del baratro, ascolto il bisogno di redenzione, il bisogno di eroismo e di battagli alla decadenza. Osservo il mondo intorno a me, piagato dal dolore, dalla sofferenza, dal disorientamento.
Esige una risposta!
Esige un intervento profondo e radicale, esige che il drappello di uomini e donne ancora in piedi e capaci di lottare, ancora unani, ancora non corrotti dalla illusione del putrescente benessere si organizzino e difendano il valore e la dignità della vita. L'umanità intera, e la natura con essa, reclamano che sia data finalmente guerra alla macabra esistenza del privilegio, dell'oppressione e a tutte le idee che li garantiscono.

giovedì 27 agosto 2009

Augurio di fine agosto

Ancora pochi giorni di agosto e poi... si parte, a settembre ricomincia tutto, o quasi. Quello che si sta per aprire sarà (piccola previsione-scommessa) un anno particolare, forse addirittura di svolta, in ogni caso l'auspicio è che sia - finalmente - diverso dal sonnolento piattume che ha caratterizzato gli ultimi decenni.
La crisi (la quale non ha vie d'uscita ed è destinata ad inasprirsi col suo portato di guerre, poco lavoro e sfratti) ci porgerà forse una dimensione storica nuova nella quale muoversi. Chi si fermerà sarà perduto!
Forse che questa volta la musica inizierà a cambiare: dal piatto commerciale a un lento rock. Speriamo.

Scegliete i comunisti

sabato 16 maggio 2009

Fiat di Pomigliano, terrorismo aziendale.

Ad un anno esatto dalla vertenza dei 316 (vedi BC 5/08), mentre si parla della prossima possibile chiusura dello stabilimento e si preparano nuove esternalizzazioni è arrivata, puntuale, la denuncia per i promotori della lotta contro l'espulsione dalla fabbrica degli operai più politicizzati.

La prima cosa che colpisce è che i 16 imputati sono stati scelti con criterio squisitamente politico: indipendentemente dal fatto che comparissero o meno nelle fotografie scattate in quei giorni dalla questura, sono stati denunciati gli operai più impegnati sindacalmente e nell'organizzazione dei picchetti, ovvero nell'“esecuzione di un disegno criminoso [che], con violenza e minacce consistite nel posizionare auto di traverso sulla carreggiata, incendio di pneumatici e urla, impedendo la libertà di locomozione costringendo chicchessia ad abbandonare il proposito di accesso allo stabilimento Fiat Auto”. Secondo l'accusa i quattro giorni di picchetti sarebbero costati alla Fiat vari milioni di euro, i picchetti avrebbero infatti impedito l'accesso a tre stabilimenti di 10.000 operai complessivi. Gli operai imputati rischiano ora da 1 a 4 anni di reclusione.

Siamo al fianco di tutte le lotte operaie, sempre mettendo in guardia i lavoratori dalle illusioni e dai tatticismi sindacali, siamo quindi solidali con gli operai colpiti e saremo al loro vicini, come lo siamo stati fino ad ora.

Lotus


TERREMOTO IN ABRUZZO.

E' partito il business della ricostruzione,
è ora di rilanciare la lotta di classe contro classe!

La catastrofe. Dopo tre mesi di scosse continue – più di 300, alcune delle quali molto forti - alle 3:32 del 6 aprile è arrivato il terremoto devastante: 298 morti, 1.500 feriti, 65.000 sfollati tra L'Aquila (42.000 abitanti, totalmente da ricostruire) e altri 49 comuni.
I centri storici di L'Aquila, Onna, Paganica, San Gregorio e Tempera (più di 16.000 abitanti coinvolti) compongono la “zona rossa” dei territori totalmente distrutti, nelle zone a questi limitrofi gli edifici inagibili sono più del 50%.
Più di 35.000 sfollati sono allocati in 170 tendopoli, in larga parte persone che hanno perso il lavoro, anziani e immigrati. Gli altri, per la maggior parte impiegati statali, insegnanti e rappresentanti della borghesia locale, sono nelle strutture ricettive della costa o in tende “separate”.
La prevenzione costa. Una delle zone più sismiche d'Italia, tre mesi di scosse continue, una casistica identica a quella del devastante terremoto del 1703 (l'intera città distrutta) eppure: nel 2003 era stato declassato il rating sismico della regione Abruzzo da “1” a “2” (italianspot.wordpress.com e http://www.protezionecivile.it/cms/attach/editor/Classificazione.jpg) con provvedimento nr. 3274/2003 firmato Silvio Berlusconi, il che significava meno spese per l’edilizia, meno spese di costruzione, meno ferro, meno cemento, meno sicurezza; mancavano importanti certificati per garantire l'agibilità di edifici pubblici fondamentali (l'ospedale); molte delle costruzioni nuove che sono crollate non rispettavano gli standard più elementari; non è stata fatta nessuna esercitazione per preparare la popolazione; non è stato approntato nessun piano d'emergenza; fino al verificarsi della catastrofe i media si sono ben guardati dal parlare dei pericolosi segnali che nei mesi andavano accumulandosi... il tutto a vantaggio dei profitti dei costruttori e con grande risparmio da parte dello Stato.
Magnitudo 5.8? Il 13 maggio si è riunita a L'Aquila, nella Scuola della Guardia di Finanza di Coppito, la Commissione Internazionale di sismologi. Scopo della riunione, fortemente voluta da Bertolaso, era confermare che l'entità del terremoto è stata di magnitudo 5.8 della scala Richter. Il problema è che i siti degli istituti di sismologia USA (http://earthquake.usgs.gov/eqcenter/eqinthenews/2009/us2009fcaf/) parlano di magnitudo 6,2 e quelli giapponesi di 6,3. Infatti, se viene superata la magnitudo 6.0, cambiano le norme finanziarie per la ricostruzione e il contributo dello Stato passa dal 33% al 100% (IlCapoluogo.it 27 aprile 09 ).
Le tendopoli. Nell'ultimo secolo non era mai successo che un sisma distruggesse un capoluogo di regione. Nelle tendopoli la situazione è drammatica. Le tende sono caldissime durante il giorno (si raggiungono anche i 40 gradi) e fredde durante la notte (in inverno si arriverà a 15 gradi sotto lo zero). Le condizioni igieniche sono precarissime - per esempio a Lucoli, frazione di Spogna, ci sono 2 docce per 130 persone -, mancano medici, medicine e vestiti. Il cattivo odore è spesso insostenibile. Sono in atto epidemie di dissenteria, bronchiti e polmoniti. Mosche, zecche e ratti sono in attesa di disinfestazione.
I veri sciacalli. In città, dopo pochi giorni dal sisma distruttivo, sono apparse numerose case in legno, poste in mostra da ditte varie per essere vendute. I prezzi dei terreni, anche agricoli, dove sarebbe stato possibile allocarle sono immediatamente schizzati alle stelle. Lo spazio per immagazzinare la roba degli sfollati costa quindici euro al metro quadro, mentre le false associazioni della pelosa carità stanno facendo oro a palate con i fondi raccolti per i terremotati.
Lo Stato. Bertolaso ha detto chiaramente che non sono previsti alloggi alternativi fino ad ottobre inoltrato, quando i moduli abitativi non provvisori saranno approntati nelle aeree ritenute antisismiche, ma che a tutt'oggi non sono state ancora espropriate. Chi non usufruisce delle tendopoli o degli alloggi sulla costa può inoltrare domanda al Comune per avere un risarcimento pari a 100 euro al mese, 200 per gli ultra sessantacinquenni, somma che non arriverà prima di settembre.
Il decreto-terremoto (28 aprile 2009, n. 39). Appare quanto di più farraginoso e meno leggibile si possa immaginare. Si parla di ricostruzione immediata e, poi, di finanziamenti dilatati sino al 2033. 4,7 miliardi di euro saranno racimolati dall'indizione di nuove lotterie, dagli interventi sul lotto, e dai sempreverdi provvedimenti anti-evasione. I soldi veri, il cash disponibile che Tremonti rende immediatamente spendibile si aggira sul miliardo di euro. Tolte le spese per l'emergenza, restano 700 milioni di euro destinati alla costruzione delle casette temporanee... ma non troppo: “moduli abitativi destinati ad una durevole utilizzazione… in attesa della ricostruzione”. 400 milioni saranno spesi per edificarle nel 2009 e 300 milioni nel 2010. Un modulo prefabbricato di 50 mq costerà intorno agli 80mila euro, verranno costruiti quindi, circa, 8.750 moduli. Rispetto alla loro localizzazione e costruzione i Sindaci e la Provincia non avranno alcuna voce in capitolo.
I fondi per la ricostruzione dell'abitazione principale (massimo 150mila euro) saranno divisi, manco fosse un film di Troisi, in 33%, 33% e 33%: 50 mila euro li concederebbe - cash - il governo; 50 mila sarebbero tramutati in credito di imposta (anticipato dalla famiglia terremotata e ammortizzato in un arco temporale di 22 anni); altri 50 mila sarebbero coperti con un mutuo a tasso agevolato a carico però del destinatario del contributo (Repubblica 5 maggio 2009). Per i contributi a fondo perduto il Governo stanzierebbe all’incirca due miliardi di Euro spalmati fino al 2033.
Fintecna. Nel caso in cui i fondi stanziati, come in moltissimi casi avverrà, non risultassero sufficienti e/o le persone non avessero fondi personali da aggiungere alla somma erogata: NO PROBLEM. L'immobiliare Fintecna, ditta controllata dal Ministero dell’Economia e Finanze, avrà l'opzione di acquisto sugli immobili in questione e diventerà, di fatto, padrona di gran parte del territorio.
La protezione civile. La Protezione civile blinda e decide, con arroganza e saccenza. Ti mette da parte (miskappa.blogspot.com). Ci sono i cartellini che ogni abitante deve portare al collo, senza di questi non si entra e non si esce dai campi (terremoto09.wordpress.com). Continui controlli dei documenti, posti di blocco, coprifuoco in tutto il territorio dopo le 20, per non parlare, poi, dei tanti problemi createsi a causa dell’eccessiva burocratizzazione delle catene di comando. L'intero territorio è sottoposto ad un clima di militarizzazione stretta, clima che si è aggravato quando la distribuzione di alimenti agli “auto-gestiti” - campi che vivono fuori dal controllo diretto della protezione civile - è stata bruscamente interrotta e sono comparse colonne di mezzi antisommossa delle forze dell’ordine lungo la statale 17 (“Sollevati Abruzzo n°4”, www.site.it).
Come sempre, è una questione di classe. Ci sono oggi in Abruzzo migliaia di nuovi disoccupati senza nessuna fonte di entrate. Come già sta avvenendo, gli appalti per la ricostruzione andranno fuori regione, il subappalto generalizzato aumenterà lo sfruttamento dei clandestini, il rischio di incidenti ed i profitti per gli imprenditori aumenteranno a dismisura.
Fin dai primi giorni è emersa in maniera palese la differenza tra chi è stato alloggiato nelle strutture alberghiere o ha potuto godere di una tenda della protezione civile isolata dalle altre, con tanto di servizi igienici individualizzati, e chi è stato ammucchiato nelle tendopoli. A partire dalle proteste spontanee di Onna, Fossa e Paganica, si sono verificate prime opposizioni ad un modello di ricostruzione fortemente ineguale, ma il problema centrale rimane la necessità di distinguere i differenti interessi in campo.
Da un lato c'è il grande capitale che si sta buttando a pesce nel business della ricostruzione. Il decreto-Abruzzo è steso a suo uso e consumo ed offre possibilità di grandi profitti, oro colato in questi tempi di crisi, tanto alle aziende private quanto alla rete delle “cooperative rosse”.
Ci sono poi gli interessi della piccola borghesia che si è ritrovata improvvisamente immiserita e vorrebbe il 100% del risarcimento (campagna 100%, www.carta.org), che vorrebbe partecipare alla progettazione della ricostruzione, che vive con terrore la proletarizzazione nella quale è stata improvvisamente gettata e vorrebbe entrare, sebbene con quota minoritaria, al banchetto della ricostruzione... ma non è stata invitata.
C'è poi il proletariato che si è ritrovato disoccupato - se già non lo era -, gli operai che continuavano a lavorare nei fabbricati gravemente lesionati prima che questi venissero chiusi, gli immigrati regolari o meno, molti dei quali sono rimasti sepolti sotto le macerie e nessuno andrà mai più a cercarli, i lavoratori in genere con pochi soldi da parte e nessuna proprietà o, al massimo, un mutuo cinquantennale che la Fintecna si incaricherà presto di espropriare. Questa massa di persone erano già spoliate di tutto prima del sisma e non hanno oggi nulla da ricostruire perché vivevano, di fatto, in affitto. Questi proletari non avranno nulla di buono da ricavare dalla ricostruzione, se non (forse) un umido “modulo abitativo” e inverni di freddo, miseria e disoccupazione.
E' a loro ed ai milioni di sfruttati e proletari che vivono fuori dall'Abruzzo che rivolgiamo il nostro appello affinché trovino la forza, e noi siamo con e tra loro, per affermare che non abbiamo nulla da gestire assieme agli sciacalli tanto che si parli di ricostruzione, quanto che in argomento sia la scadenza del contratto o la chiusura dell'azienda. I nostri interessi sono opposti a quelli della attuale società e di chi vi comanda, per questo la combattiamo con tutte le nostre energie e per questo, in ogni risvolto, ribadiamo la nostra autonomia politica. La lotta è di classe contro classe. Noi non abbiamo interessi in comune con chi gestisce il business della ricostruzione e nemmeno con chi, a questo business, vuole partecipare.

Lotus

domenica 29 marzo 2009

Marxismo ed educazione

Materialismo storico ed educazione:

La radicalità educativa come pratica della (necessaria) sovversione dell'esistente.

Appunti.


Il metodo materialistico applicato ai processi educativi, ovvero la radicalità educativa, si sviluppa collegando i “vertici del triangolo educativo” costituiti dagli approcci storico–complesso–attivo.

Storico, nel senso che colloca gli individui nella loro realtà come risultato delle relazioni sociali e produttive passate e presenti, ma in una dinamica storica aperta, nella quale il futuro è quello che gli uomini saranno in grado di costruire. L’impostazione storica si sintetizza nell'assunto centrale di Insegnare la transitorietà.

Complesso, nel senso che ai fini della comprensione della realtà è indispensabile considerare le relazioni tra le parti, tra il tutto e le parti e tra le parti e il tutto. Complesso anche nel senso che non è più possibile declamare verità assolute senza verificarle alla luce dell’astrazione determinata. L’errore e l’illusione inevitabilmente insiti in ogni visione vanno combattuti, con questo mezzo. La crisi del positivismo e della spiegazione semplice ci proiettano in un mondo dove la verità va costantemente verificata nella realtà concreta. Per questo è indispensabile un punto di vista radicale. Un punto di vista che si sforzi continuamente di individuare la radice strutturale dei problemi, sociali ed individuali, al fine di comprenderla e produrre strategie utili al suo superamento.

Attivo, nel senso che verifica le proprie ipotesi nella pratica, che considera il pensare stesso come un evento pratico, che non accetta idee che non abbiano ricadute verificabili nella pratica. Teoria e prassi non sono due momenti o due fasi distinte, ma semplicemente due aspetti del medesimo processo: la trasformazione della realtà. Attivo anche perché riscopre nel lavoro la caratterizzazione prima dell’Uomo, nella liberazione del lavoro il perno fondamentale della sua liberazione.

Saccheggiare! Questo significa che una prospettiva educativa orientata alla trasformazione del reale non può, né deve, essere affetta da riduzionismo. Non esiste riferimento univoco ad un autore, ad una visione ad una idea. Una volta che si è stabilito il metodo in base al quale muoversi, e qui il metodo delineato è quello storico-materialistico, è necessario appropriarsi di tutto quanto le correnti educative, e non, hanno prodotto di utile ed interessante, criticandone gli aspetti non coerenti e che ci riportano a una visione unilaterale delle cose, come nell'ideologia borghese.

Saccheggiare tutti i pensieri interessanti, cogliendo quanto di significativo hanno espresso. L’immane compito storico che sta di fronte agli educatori del XXI secolo non permette loro di rischiare di cadere nell’errore fatto in passato da moltissimi, i quali hanno elevato una particolare categoria al di sopra di tutto1 perdendo di vista l’insieme e riducendosi a condurre sterili battaglie tra chiesuole del pensiero.

Una teoria radicale. Tutti gli apporti che possono essere saccheggiati dai vari pensatori (ma che presi singolarmente sono più produttori di errore ed illusione che altro) messi assieme trovano - sullo sfondo del metodo storico-materialistico - la loro collocazione in un sistema di pensiero intimamente coerente. È per questa via possibile dare vita ad una teoria ampia e complessa, l’unica che sarà capace di svolgere una funzione di orientamento realmente radicale e positivo nei prossimi, drammatici, frangenti che la decadenza e la crisi globale produrranno.

Un embrione di tale teoria (buona la lezione di Morin: costantemente critica ed autocritica) è già ciò che, spesso inconsciamente, sostiene ed è sostenuto nella prassi di quegli educatori che, oggi, lavorano scontrandosi con i limiti del presente, ma senza mai stancarsi di lottare per una società più giusta, a misura d’Uomo.

La politica. L’educatore non può essere apolitico. Il docente e l’educatore devono partecipare ai movimenti sociali che si esprimono dentro e fuori la scuola, dentro e fuori il sistema educativo2. L’educatore non può arroccarsi nel mero rapporto educativo o didattico, isolandosi dalla società. Il suo compito è esattamente l’opposto: portare la scuola, il processo educativo e i ragazzi, nella società, portare la società nel processo educativo. È evidente che tale politicizzazione è l’esatto opposto di un indottrinamento propagandistico o ideologizzante, fondamentalmente acritico. Si tratta invece, per l’educatore insieme ai ragazzi, di apprendere ad affrontare i problemi sociali, di imparare a rendere significativo il proprio contributo individuale, di imparare a sviluppare fiducia, autostima, spirito critico e collaboratore, si tratta di sviluppare interesse per i problemi sociali e politici. Solo attraverso questo tipo di impegno, e fin dalle elementari, gli educatori contribuiranno a formare uomini e donne capaci di prendere in mano, coscientemente, il proprio destino.

Sia detto in conclusione: quella che qui si presenta non è una piattaforma sindacale di riforma del processo educativo. Si ritiene che, oggi, non abbia più alcun senso stendere la “lista della spesa” delle rivendicazioni, sintetizzandole in una sorta di programma minimo. Il capitalismo spettacolare e globale ha dato ampliamente prova di essere in grado di fagocitare, normalizzandolo, qualsiasi programma minimo. È piuttosto necessario, allora, impegnarsi momento dopo momento per la difesa dell’interesse dei ragazzi e degli educatori allargandone le vedute agli interessi degli sfruttati in generale, imparare a vivere un processo di apprendimento completo, profondo e totale, che viva l’aspetto teorico e quello pratico come due momenti del medesimo atto, sviluppando al contempo, in un unico corso, la prospettiva del superamento di questa, decadente, società di classe.


Loto Valentino Montina


1 Come le strutture nello strutturalismo di Piaget, la funzione nel funzionalismo di Bruner, il linguaggio nel Chomsky, la prassi attiva in Dewey, etc.


2Non si intende qui che l'educatore deve fare propaganda ideologica per questo o quel partito, producendo in questo modo un indottrinamento acritico dei discenti, bensì che è suo preciso compito sviluppare il senso della partecipazione critica degli individui alla dinamica sociale, calarsi completamente nella realtà economica e sociale per formare uomini e donne sviluppati in tutte le loro capacità, soggetti capaci di prendere coscientemente in mano il proprio destino e contribuire positivamente alla trasformazione della realtà, coscienti che solo attraverso tale trasformazione quelle capacità potranno trovare le condizioni per sviluppasi pienamente.


sabato 21 marzo 2009

Il dominio della menzogna

L'ideologia dominante si avvale dei media per seminare panico e favorire l'affermarsi di un regime autoritario


Come fare ad affermare politiche autoritarie e guerrafondaie che la popolazione normalmente non sarebbe disposta ad accettare? Come convincere i lavoratori e gli sfruttati in genere che, affichè la società si autoconservi, devono rinunciare alle più elementari libertà, accettare maggiore sfruttamento, precarietà e licenziamenti?

Sono questi interrogativi che la classe dominante normalmente si pone, a maggior ragione nel momento attuale, caratterizzato dal palesarsi di una crisi economica senza fondo. La deriva autoritaria si sta sviluppando in fretta, per legittimarla la classe dominante attinge a piene mani dalle esperienze storiche passate, attraverso i suoi teorici, opinionisti, uomini di cultura e giornalisti forgia l'ideologia che – in larghissima parte per mezzo dei media ormai onnipresenti – diventa l'ideologia dominante: la falsa coscienza attraverso la quale i “cittadini” rielaborano il proprio vissuto. Il risultato è che la realtà non viene letta per ciò che è, ma viene percepita in forma mediata, attraverso una prospettiva funzionale ai disegni della classe dominante. La realtà scompare, la menzogna rimane ed è questa che ci rende assolutamente desiderabile rinunciare alle libertà, legittimare le guerre, dare la caccia al più debole.

Esclamava un tale: “E' vero! Lo ha detto la televisione!”, e la televisione, come internet, i giornali etc. da tempo vanno di campagna mediatica in campagna mediatica, allo scopo di generare panico e quindi consenso intorno all'autorità costituita.

L'11 settembre 2001 avvenne l'attentato terroristico del secolo. Milioni di persone in tutto il globo videro crollare dinnanzi ai propri occhi le Torri Gemelle: l'opinione pubblica mondiale cambiò, la guerra in Afghanistan da pericolo divenne una necessità. Come in un fumetto degli anni '70 si apriva la caccia al cattivo, anche a costo di bombardare una nazione intera. Poco importò che la dinamica degli attentati presentasse pesantissime ombre mai chiarite (la pubblicistica sull'argomento è sterminata). Nulla di nuovo. Furono gli altrettanto oscuri affondamento del Lusitania e Pearl Harbor a convincere la popolazione americana ad entrare nelle due Guerre Mondiali.

Un anno e mezzo dopo le Due Torri, Bush aveva in mano le prove che Saddam Hussein era in possesso di armi di distruzione di massa, i media pilotarono la notizia. Pochi anni dopo venne fuori che le armi di distruzione di massa non esistevano. L'obiettivo “Guerra in Iraq” era comunque raggiunto.

Esemplare campagna di panico, e a favore delle ditte farmaceutiche, è stata, poi, quella dell'influenza aviaria la quale ha seminato nel mondo, dal 2003, ben... 256 casi mortali (Oms febbraio 2009), ma migliaia di ore di trasmissioni.

Riducendo la scala al Bel Paese lo schemino non cambia, si pensi solamente che Travaglio nel 2006 ha scritto un libro, “La scomparsa dei fatti”, nel quale viene documentata la scomparsa dai media di decine e decine di notizie molto rilevanti relative a processi e scandali che hanno coinvolto l'intera classe dirigente negli ultimi tempi. Ultimo in ordine di apparizione è stato la scomparsa del fatto che – nel processo fondi neri All Iberian e corruzione Guardia di Finanza - Berlusconi, il corruttore, grazie al lodo Alfano è stato assolto mentre l'avvocato Mills, il corrotto, è stato condannato a 4 anni e 6 mesi. E' emblematico come questa scomparsa sia stata resa possibile dalla tempestiva dimissione di Veltroni dalla guida del PD, dimissione che, come manna dal cielo, ha attirato tutta l'attenzione mediatica lasciando nell'ombra la clamorosa assoluzione.

Ma le menzogne migliori sono quelli che stravolgono i fatti al fine di seminare panico e quindi leggittimare la svolta autoritaria: 31 agosto 2008, prima giornata di campionato, il Corriere della sera, come tutti i giornali e telegiornali nazionali, titola: “I supporter azzurri diretti nella Capitale «sfrattano» i passeggeri. Quattro dipendenti delle Fs contusi, 500 mila euro di danni alle carrozze”. Inchieste successive (RaiNews24) dimostrano che non era vero nulla, la campagna pro-panico era comunque entrata in tutte le case, in ballo era la linea della “tolleranza zero” del Ministro dell'Interno Maroni... e chi non è disposto ad essere più controllato, se questo serve a limitare tali atti di teppismo?

Le prime pagine dedicate ai morti sul lavoro di novembre e dicembre, a fine gennaio, hanno lasciato lo spazio alle violenze sessuali, preferibilmente di gruppo e da parte di immigrati romeni. Solo 6 violentatori su 10 sono italiani, tuona il Viminale, il terrore serpeggia, si discutono i criteri attuativi del pacchetto sicurezza (luglio '08), si sviluppa il fenomeno delle ronde. Lungi da noi minimizzare questa piaga infame, ma il problema è: dove avvengono le violenze sessuali? Dai dati raccolti dall'Istat nel 2006 emerge che il 69,7% degli stupri è stata opera del partner, il 17,4% di un conoscente. Solo il 6,2% è stato opera di estranei. La famiglia – italiana o immigrata - è la prima causa di violenza sulle donne. Ogni anno più di 120 donne muoiono per mano del loro partner. Cosa c'entrano allora le ronde e le politiche di repressione territoriale preventiva? Non sarebbe forse il caso di mettere all'indice la famiglia?

Ma la legislazione non deve solamente aumentare il controllo sugli individui e sul territorio, deve anche stroncarne la possibilità di lottare, specie se questi individui appartengono alla classe lavoratrice. Così l'approvazione della leggi anti-sciopero di Sacconi sono accompagnate da lunghe campagne legate ai disagi creati dagli scioperi, come i lavoratori Alitalia che bloccavano decine di voli al giorno, campagne che non consideravano e non considerano minimamente la causa reale degli scioperi – lo sfruttamento ed il rischio di perdere il lavoro – ne', nel caso Alitalia, che erano spesso i dirigenti a non far partire i voli per risparmiare sui costi, ne' un altro dato emblematico e fondamentale: non esiste un reale problema legato a troppi scioperi. Dati Istat e Ministero dell'Economia alla mano, la media di ore di sciopero all'anno è passata (vedi tabella) dalle 5 ore e ¾ a lavoratore del '78-'82 ai soli 20 minuti del '03-'07. Ma il crollo delle ore di sciopero ai padroni non basta, loro lo sanno bene che con la crisi aumenterà la disperazione sociale e quindi giocano d'anticipo, seminano panico e menzogne, attuano la repressione preventiva, sviluppano politiche autoritarie para-fasciste.

I media pervadono ormai ogni momento della nostra vita, una vita sempre più isolata e idealmente lontana da chi vive le nostre medesime condizioni sociali, è per questo che le menzogne del capitale possono essere rovesciate solamento ristabilendo una verità di classe, una verità che si afferma nelle lotte collettive, nel confronto, nell'elaborazione del progetto del rovesciamento della attuale società.

Lotus